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Notizia del 11/12/2013

Entro 80 anni ghiacciai delle Alpi a rischio estinzione

Dal 1954 al 2007 si registra una riduzione areale del 40% dei ghiacciai delle Alpi lombarde, con la scomparsa di circa 20 Km2 di ghiaccio; la deglaciazione ha avuto negli ultimi anni un’accelerazione impressionante; entro il 2100, il più grande ghiacciaio vallivo delle Alpi italiane, il ghiacciaio dei Forni, ridotto - secondo le proiezioni ottenute dai ricercatori-  al solo 5% del suo attuale volume;  inoltre, sono scomparsi 36 laghi alpini situati in gran parte sotto i 2500 metri di quota, mentre sono apparsi 22 nuovi laghi sopra i 2900 metri.  Non vi sono dubbi Insomma circa  l'impatto  su tutto l’ecosistema montano a seguito dell’aumento delle temperature.

Progetto SHARESono questi i principali  dati conclusivi del progetto SHARE Stelvio  presentati lo scorso 11 dicembre 2013, in occasione della giornata che le Nazioni Unite hanno dedicato alla Montagna.

Il progetto di ricerca triennale - sostenuto dal Comitato EvK2CNR -  ha come obiettivo analizzare e quantificare gli impatti del cambiamento climatico su ghiaccio e acqua del Parco Nazionale dello Stelvio. Oggetto delle ricerche sono stati i ghiacciai, il permafrost (porzione di terreno perennemente congelato), i torrenti e i laghi e la composizione dell’atmosfera alle alte quote (misure di particolato atmosferico e ozono) dell’area lombarda del Parco Nazionale.

Date però l’estensione e le caratteristiche dei ghiacciai esaminati, gran parte dei dati possono considerarsi estensibili a tutti i ghiacciai alpini italiani. 

Inoltre, le Alpi possono venire considerate delle vere e proprie “torri d’acqua” che svolgono un ruolo cruciale per l’accumulo e il rilascio di questa preziosa risorsa. Attraverso i ghiacci e le nevi costituiscono una fondamentale riserva di questo bene primario. I dati di riduzione glaciale ottenuti nell’ambito di SHARE Stelvio indicano chiaramente che le “torri d’acqua” (non solo quelle del Parco Nazionale dello Stelvio) stanno modificandosi sempre più rapidamente.

Unica nota positiva è che il permafrost è risultato essere più profondo di quanto ipotizzato in precedenza. Infine, grazie al ritrovamento di un tronco di 4000 anni fa (eccezionale per dimensione e conservazione) è stato possibile ricostruire il passato climatico e glaciale della zona e più in generale di gran parte della catena alpina meridionale.