Dossier

Dalla stalla alla tavola, prevenire è meglio che curare: visita all'Istituto Zooprofilattico

Sergio Andruetto: sulle barricate da oltre trent’anni

Andruetto Sergio Sergio Andruetto è direttore sanitario Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta. Lavora a Torino da oltre trent'anni. Al suo arrivo, nel 1971, gli fu affidata la realizzazione di un laboratorio per i controlli sugli alimenti. Iniziò subito a collaborare con l'Istituto Zooprofilattico di Brescia, punto di riferimento nazionale all’epoca per quello specifico settore; la collaborazione si allargò progressivamente a tutti gli altri IIZZSS, perché fin dall’inizio fu chiara la necessità di creare un servizio di rete e unificare i metodi di indagine. «Anche allora attraversammo momenti difficili», ricorda Andruetto. «Valga per tutti il caso degli anabolizzanti negli omogeneizzati. La falla era nel sistema di controlli, perché era impossibile valutare tutti i lotti di animali; inoltre i prelievi avrebbero dovuto essere fatti nei punti dove resta traccia degli anabolizzanti, cioè nel sottocute del collo o nel sottocoda dell’animale, perciò se al controllo arrivava la mezzena già lavorata era tutto inutile. Insomma era una dispersione di energie e denaro che non portava ad alcun risultato. Per risolvere il problema occorreva un cambiamento di prospettiva radicale: i fornitori di carne per omogeneizzati avrebbero dovuto allevare il bestiame in base a regole imposte dal cliente, che avrebbe dato indicazioni precise su come agire dinanzi a eventuali problemi sanitari delle bestie (es. in caso di infezione si sarebbe potuto usare un certo tipo di prodotto, rispettando poi determinati periodi di sospensione). In questo caso i controlli avrebbero dovuto solo verificare che le sostanze consentite fossero state usate in modo corretto». Poco dopo si sarebbe diffusa la moda delle «oasi ecologiche» per i prodotti di alta qualità, ispirata ai nuovi criteri di allevamento “concordato”.

L’Unione europea ha varato di recente una «Nuova strategia per la salute degli animali (2007-2013)». In cosa consiste?

Il punto fondamentale della strategia Ue per la salute degli animali (2007-2013) è sintetizzato nello slogan «Prevenire è meglio che curare». Gli istituti zooprofilattici italiani sono nati tra la fine dell'800 e l'inizio del '900 proprio con lo scopo salvare il patrimonio zootecnico attraverso la prevenzione: per «profilattico» si intende, appunto, «preventivo». È un discorso che, evidentemente, torna in auge. Per costruire un sistema che funzioni e quindi salvaguardi non solo la salute umana, ma l'intero ecosistema, occorre coinvolgere tutti gli interessati: allevatori, consumatori, enti e laboratori che operano nel settore della produzione e della sanità. Quattro gli obiettivi che l’Ue intende perseguire nell’arco di sei anni: 1) assicurare un livello elevato di salute pubblica e salute degli alimenti, riducendo l’incidenza di rischi biologici e chimici; 2) promuovere la salute degli animali con la prevenzione/riduzione dell’incidenza delle malattie; 3) migliorare la crescita economica e la competitività garantendo la libera circolazione delle merci e degli animali; 4) promuovere il benessere degli animali.

Come verrà attuata in concreto la nuova strategia Ue?

Attraverso quattro pilastri fondamentali: 1) individuazione delle priorità di intervento; 2) messa a punto di un quadro normativo unico e chiaro; 3) definizione delle misure di biosicurezza e dei piani di gestione delle crisi; 4) promozione di innovazione e ricerca.

A proposito della ricerca, qual è il ruolo degli Istituti Zooprofilattici?

Gli IIZZSS sono impegnati a due livelli. Il primo fa riferimento al Piano Sanitario Nazionale, che definisce gli obiettivi e i settori principali della ricerca del SSN. Il secondo livello riguarda iniziative da inserire nei programmi di studio e sperimentazione comunitari e internazionali. L’obiettivo ultimo, in entrambi i casi, è sviluppare nuove tecniche diagnostiche, perfezionare quelle già consolidate e standardizzare i protocolli operativi (sia nel campo della sicurezza alimentare che della salute animale). analisi chimiche 2 Solo così è possibile garantire prestazioni sanitarie di elevata qualità e uniformi su tutto il territorio italiano. Gli Istituti sono inoltre chiamati a fornire soluzioni in merito a problematiche sanitarie attuali e urgenti, come le epidemie infettive (es. BSE, influenza aviaria…), che costituiscono un rischio rilevante sia per gli animali sia per gli uomini oltre che un costo enorme per il SSN. Le linee di ricerca in questo settore mirano soprattutto al potenziamento e miglioramento dei controlli ufficiali, al perfezionamento del sistema di prevenzione e sorveglianza, fino all’analisi e comunicazione del rischio ai consumatori. Ulteriore e moderno obiettivo della ricerca sanitaria veterinaria è la definizione di indicatori di benessere degli animali da allevamento, da affezione e di quelli utilizzati nella sperimentazione, con particolare riguardo all’individuazione e impiego di modelli alternativi. Per quanto riguarda le ricerche di “secondo livello”, finanziate a livello comunitario o internazionale, l’attribuzione dei fondi è basata esclusivamente sulla valutazione della produzione scientifica dei concorrenti. Le diverse proposte vengono soppesate sia in base alla bontà del progetto di ricerca sia in base al curriculum del proponente. Dunque, per raccogliere la sfida, è indispensabile incentivare all’interno dei nostri Istituti i settori maggiormente produttivi dal punto di vista scientifico. Un’azione incisiva può essere fatta agendo sui meccanismi di acquisizione del personale, reclutando i ricercatori migliori e maggiormente in grado di attrarre finanziamenti.

Qual è oggi per voi l’elemento di maggiore criticità?

Abbiamo sempre avuto difficoltà non tanto per i finanziamenti quanto piuttosto per i contratti del personale. Sebbene il nostro bilancio sia attivo, non ci è infatti consentito fare assunzioni neppure per sostituire chi se ne va a qualunque titolo (es. anzianità, scelta di vita...). Già nel 2006 abbiamo fatto presente che non possiamo garantire prestazioni e servizi di qualità con personale precario. In seguito alla nostra segnalazione sono stati introdotti alcuni emendamenti nella Finanziaria 2007 che dovrebbe finalmente consentirci di consolidare i precari che da almeno 3 anni abbiano con noi contratti di collaborazione o a tempo determinato. Tradotto in numeri significa circa un centinaio di persone. Questo ci permetterà di far fronte in modo adeguato alle nostre attività.

Quanti dipendenti avete oggi tra la sede di Torino e le dieci sezioni provinciali?

I dipendenti di ruolo, con contratto a tempo indeterminato, ad oggi, sono solo 247: sono persone altamente qualificate che operano in tutti i territori di competenza e dunque Liguria, Piemonte e Valle d’Aosta. Ora, però, grazie ad un emendamento della Finanziaria 2007 dovremmo poter consolidare oltre 100 precari con contratti a tempo determinato.

Com’è organizzata l’attività dell’Istituto?

Stiamo rivedendo il sistema organizzativo, nonché l’organigramma e la dotazione di personale. La vecchia organizzazione (peraltro ancora vigente) risale al 2005 e prevede delle macro-aree, che più o meno equivalgono ai dipartimenti nel resto della Sanità pubblica, a cui si aggiungono le aree tecniche e quelle territoriali. Le «aree tecniche» sono dedicate alle malattie emergenti e sconosciute (es. le neuropatologie come la BSE), alla sanità animale (con vari settori di attività: indagine diagnostica necroscopica, colturale, virale e sierologica) e alla sicurezza alimentare (articolata in due grandi filoni: il controllo degli alimenti dal punto di vista igienico-batteriologico e il controllo dei residui con laboratori di tipo chimico). Altro settore in via di sviluppo è quello delle biotecnologie. Come «aree territoriali» abbiamo quella del Piemonte (da cui è stata resa autonoma la sezione di Cuneo per l'ampiezza delle sue attività), quella della Liguria e quella della Valle d'Aosta. Ciascuna di queste comprende varie «unità operative» rappresentate, per quanto riguarda il territorio, dalle sezioni e, per quanto riguarda la sede centrale, dai laboratori. data entry Questa organizzazione dovrà presto cambiare per esplicita richiesta del Ministero, che ad essa vincola la nuova dotazione organica. Nel futuro organigramma la parte tecnica dovrebbe essere articolata in tre «settori» (equivalenti alle tradizionali aree o dipartimenti): erogazione di servizi, sezioni territoriali e, vera novità, «accesso», una struttura deputata a sviluppo e gestione dei sistemi informativi, elaborazione e archiviazione dati, gestioni anagrafiche, accettazione centralizzata, biblioteca informatizzata, ma anche vigilanza epidemiologica e sorveglianza veterinaria.

Quando avverrà il trasferimento nella nuova sede di Grugliasco?

Si parla di trasferimento fin dai tempi in cui frequentavo l'Università. Andare a Grugliasco potrebbe essere una buona soluzione perché ci troveremmo a stretto contatto con altre strutture e, in particolare, con la Facoltà di Veterinaria. Tuttavia è chiaro a tutti che l'Università ha interessi diversi, tanto che non fa capo alla Sanità, ma al Ministero dell'Istruzione. E quindi, in qualche modo, occorrerebbe vigilare affinché non venga prevaricata l'organizzazione delle nostre attività che non sono esclusivamente di ricerca: occorrerebbe, insomma, fissare paletti molto rigidi per tenere le strutture ben distinte perché, a differenza dell’Università, noi abbiamo la responsabilità civile e penale delle analisi prodotte dai nostri laboratori, che dunque devono garantire precisi sistemi di qualità e sicurezza. Ma c'è un altro fattore importante di cui tenere conto: è vero che abbiamo carenza estrema di spazi, tuttavia nel 2004 abbiamo sottoscritto un contratto con il Comune di Torino (costato circa tre miliardi di vecchie lire) che ci garantisce per 99 anni i diritti di superficie su una vasta area adiacente a via Bologna. In pratica abbiamo diritto di opzione su due edifici storici protetti dalle Belle Arti (dove non possiamo intervenire in alcun modo) più una serie di fabbricati non più utilizzabili come laboratori, che possono essere abbattuti e ricostruiti senza problemi. Oltretutto pare ci sia la possibilità di edificare fino a un terzo o quarto piano. Ciò significa che abbiamo a disposizione un'enorme quantità di spazio. Si potrebbe pensare, ad esempio, di costruire un laboratorio “polmone” dove trasferire di volta in volta le attività maggiormente in crisi per carenza di spazi, in attesa della destinazione definitiva. Le spese di ricostruzione sarebbero quindi dilazionabili nel tempo. Altro elemento a sfavore del trasferimento a Grugliasco è la logistica: via Bologna è vicina agli imbocchi delle autostrade, mentre Grugliasco è difficile da raggiungere e la situazione non è destinata a migliorare: la facilità di accesso è essenziale per centri di raccolta e conferimento dei campioni come il nostro.

tavola apparecchiataPassiamo agli ambiti più operativi. Nel 2002 l’Unione Europea ha dato vita all’Authority europea per la sicurezza alimentare (EFSA). In che rapporti siete?

Ci siamo riuniti più volte a Parma, nella sede dell’Authority, per verificare quali siano le competenze e le possibili interazioni tra le varie strutture italiane in qualche modo coinvolte nella sicurezza degli alimenti: IIZZSS, Arpa, Istituto Superiore di Sanità, Consiglio Nazionale delle Ricerche e quant'altro. Siamo in piena fase evolutiva. Le competenze degli Istituti zooprofilattici, comunque, sono praticamente esclusive, soprattutto per la quantità di dati in nostro possesso e la loro condivisione in rete.

E che rapporti avete con il Comitato nazionale per la sicurezza alimentare, nato nel 2004 dall’intesa tra Stato e Regioni come interfaccia italiana dell’EFSA?

Al momento non si è ancora insediato. La sede dovrebbe essere a Foggia e, in teoria, non dovrebbe comportare la creazione di altre strutture e laboratori, ma svolgere attività di coordinamento. Le competenze dovrebbero quindi restare distribuite sul territorio nazionale.

Che ruolo ha la genetica molecolare nella tutela della sicurezza alimentare?

La genetica molecolare comprende una serie articolata di attività. Da un lato permette di studiare gli organismi che provocano malattie (es. virus dell'influenza aviaria), le loro variazioni e i possibili salti di specie; dall'altro consente di studiare gli animali colpiti da determinate patologie in modo da stabilire se ci sono fattori predisponenti a livello genetico e, in definitiva, procedere a una selezione genetica di razza, oltre che di specie, per ottenere un sistema naturale di resistenza alle malattie. Non si tratta assolutamente di manipolazioni genetiche: in campo veterinario, per fortuna, siamo ancora abbastanza lontani dal padroneggiarle. Anche se occorre vigilare e, comunque, non avere preconcetti. In genere il pericolo non viene dalla scienza in sé, ma dall’uso che se ne fa.

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