Dossier

Gli insetti sulla scena del crimine: a Torino indagini alla Kay Scarpetta

Paola Magni: dalla scena del crimine ai set televisivi

Magni Paola 1 Paola Magni ha conseguito la laurea in Scienze Naturali a Torino e poi la specializzazione in entomologia forense. È responsabile del Forensic Entomology Lab (F.E.Lab) della ASL1 di Torino, il primo laboratorio italiano di entomologia forense legato al Servizio Sanitario Nazionale, con sede presso il Civico Obitorio. Tiene corsi e seminari specialistici in tutta Italia (da Messina a Forlì, da Catanzaro a Roma). Ha ricevuto incarichi su casi di morti sospette, reati di attività venatoria illecita e indagini su prodotti immagazzinati; è consulente tecnico presso le Procure di diverse Regioni. Nell’ambito del F.E. Lab compie sopralluoghi insieme ai medici legali e alla Polizia Giudiziaria, preleva campioni in sede di sopralluogo e di autopsia, e poi li analizza in laboratorio. Altrettanto impegnativa la sua attività di ricerca in collaborazione con Università italiane ed estere, Istituti zooprofilattici, Parchi naturali e laboratori delle Forze dell’Ordine.

Dottoressa Magni, qual è stato il suo percorso formativo?

In Italia non esiste un corso universitario in entomologia forense e non c’è nessun professore che insegni realmente tale disciplina. C’è qualcuno che se ne occupa, ma privatamente o, comunque, a corollario di altre attività. All’Università di Bari, per esempio, il professor Francesco Introna, medico legale e pioniere dell’entomologia forense in Italia, si interessa di questa disciplina da oltre vent’anni, mentre All’Università di Padova la professoressa Margherita Turchetto si occupa di zoologia e di entomologia forense per conto del dipartimento di Biologia.

La mia passione per questa disciplina è nata per caso, frequentando il corso di laurea in Scienze Naturali: durante una delle prime lezioni di entomologia il professore fece un discorso che mi colpì molto e che ricordo ancora come se fosse oggi. Disse, in sostanza, che gli insetti sono gli animali più presenti sul globo terrestre, però vengono relativamente poco studiati: si studiano per lo più quelli belli (es. farfalle, coleotteri...), quelli utili (es. api) e quelli dannosi (es. acari, pidocchi, zanzare...); tutti gli altri sono negletti, salvo i rari casi in cui un esperto decide di occuparsi di un certo ramo o, addirittura, di una singola famiglia. Ha poi aggiunto che qualcuno, negli ultimi tempi, aveva iniziato a studiare gli insetti a scopo medico-legale, ed è passato all’argomento successivo della lezione. Probabilmente nessun altro studente ha fatto caso a questo inciso del professore, ma a me è bastato: ho iniziato a cercare informazioni su Internet, in biblioteca e tra chi poteva occuparsene. Ho preso a girare per la Medicina legale, sono andata dal professor Carlo Torre, che mi ha mandata dal collega Roberto Testi, medico legale che collabora abitualmente con il RIS di Parma, che a sua volta mi ha indirizzata a Milano. Da lì sono passata a Verona, dove ho incontrato un’ex laureanda della professoressa Turchetto che conosceva molto bene l’argomento, anche se poi aveva deciso di occuparsi di altro. Mi ha insegnato moltissimo, incluse le tecniche di laboratorio. Poi lei è tornata alle sue cose, io ho proseguito sulla mia strada, grazie anche alla straordinaria disponibilità del professor Stefano Jourdan, allora direttore della Struttura Complessa di Medicina Legale dell’ASL1 di Torino, che mi permise di partecipare ai loro sopralluoghi e alle autopsie. Questo lavoro, infatti, non può prescindere dalla casistica reale. Alla fine ne ho ricavato una tesi di laurea originale (almeno per l’Italia nord occidentale), nella quale per la prima volta l’entomologia forense veniva applicata in maniera “secca”. Poi ho iniziato a fare alcune ore di presenza qui all’Obitorio dell’ASL1 e, alla fine, è saltato fuori un contratto di collaborazione.

rospoCosa l’ha affascinata di un simile lavoro?

Diciamo che fin da piccola volevo fare la biologa, perché mi sono sempre piaciuti gli animali, grandi e piccoli. Passavo ore a osservarli, ma non avrei mai potuto intervenire in qualche modo sul loro corpo: mi piaceva studiarli, ma non manipolarli. E, soprattutto, non volevo affrontare l’aspetto medico-veterinario. In alternativa, come ogni bambino, sognavo di aprire un negozio di giocattoli dove avrei potuto giocare tutto il giorno. Giunto il momento di iscriversi all’Università, ho scelto Scienze Naturali e non biologia perché quest’ultima si occupava “solo” di scienze della vita, mentre a me interessava anche la parte geologica e naturalistica. Sulla «Guida dello studente» c’era un fitto elenco di possibili impieghi occupazionali: mancava solo una riga con su scritto che avrei preso il premio Nobel e il resto sarebbe venuto da sé. In effetti il naturalista sa un po’ di tutto, perciò diventa spesso una figura cruciale per la gestione e il coordinamento di altri esperti con competenze più specifiche. Mentre procedevo con gli studi, mi accorsi però che per i naturalisti non c’era affatto lavoro, perché è vero che possono intervenire in tanti campi, ma è altrettanto vero che non hanno competenze specifiche. E per risolvere tante problematiche lavorative le conoscenze specialistiche oggi sono indispensabili. In quel periodo avevo vinto due borse di studio che mi permisero di fare l’assistente all’Università: il primo anno in zoologia, il secondo in paleontologia. Durante il periodo di zoologia iniziai a lavorare con Cristina Giacoma, professoressa di Zoologia presso il Dipartimento di Biologia Animale e dell’Uomo. Mi trovavo benissimo. Inoltre lavoravo con rettili e anfibi, che all’epoca erano la mia passione. Lavoravo, in particolare, sulla genetica e la morfometria dei rospi. A un certo punto entrai in crisi: mi domandai a cosa servisse davvero quel lavoro. Mi piaceva molto, come ho detto, e sicuramente aggiungeva conoscenze preziose. Però non ne vedevo l’utilità pratica. Inoltre uscivano centinaia di pubblicazioni al riguardo in tutto il mondo; ai convegni su rettili e anfibi c’era sempre una folla di appassionati. Insomma mi sentivo in qualche misura inutile o, per lo meno, ridondante. Intanto, per seguire alcune ricerche all’estero, avevo lasciato indietro qualche esame. A un certo punto decisi di rimettermi in pari e fissare un paletto: se avessi passato il nuovo concorso di assistentato a cui avevo partecipato, avrei proseguito su quella strada; diversamente, avrei pensato a un’alternativa. Non vinsi il concorso. Lì per lì ero furiosa, perché mi erano passati davanti quelli che avevano iniziato l’anno successivo alla mia immatricolazione e che, grazie al nuovo ordinamento, erano già laureati mentre io ero ancora al quarto anno del vecchio sistema. In realtà è andata bene così: si è chiusa una porta e si è aperto un portone.

Perché, secondo lei, nonostante il successo di sceneggiati tv come «CSI» o libri come quelli di Patricia Cornwell, ci sono così pochi giovani interessati a intraprendere questa carriera? Se guardano e leggono certe storie chiaramente non sono tanto impressionabili...

Diciamo che la disciplina, anche se va sotto il nome di entomologia forense, in realtà di entomologia ha relativamente poco e prevede la conoscenza puntuale di parametri propri di altre discipline: medicina-legale, ecologia, tanatologia, tossicologia, biologia, genetica, diritto penale. Dunque è un campo di indagine particolarmente vasto e, al contempo, relativamente nuovo, di conseguenza chi lo affronta va incontro a parecchie difficoltà.

C’entra, in qualche misura, anche la scarsa preparazione del mondo accademico e forense?

Certo. Riguardo ai PM e ai magistrati c’è da dire che chi studia giurisprudenza segue un insegnamento di Medicina Legale che, negli ultimi anni, si è aperto ad altre Scienze Forensi (es. balistica...). Ma finisce lì, con un corso, comunque non specifico. Al di là dei master e dei seminari in scienze forensi, la formazione universitaria è carente perché il sistema è vecchio. Nel corso di Medicina Legale, ad esempio, si parla di decomposizione e di insetti, ma tutto è liquidato in poche righe. Ovviamente nessuno pretende che il medico legale sappia fare anche l’entomologo forense, ma deve possedere le conoscenze necessarie per collaborare con l’entomologo senza procurargli danno. Va anche detto che nelle scienze forensi ogni giorno si scopre qualcosa di nuovo ed è impensabile cambiare quasi ogni anno i programmi di studio universitari. Per questo in ambito medico, ad esempio, è stato introdotto l’aggiornamento ECM (Educazione Continua in Medicina).

acariLei segue corsi di aggiornamento all’estero?

Sì, almeno una volta all’anno partecipo al workshop internazionale organizzato dalla European Association for Forensic Entomology (EAFE). Si svolge sempre in una città diversa e vi partecipano esperti provenienti da tutto il mondo. Ciascuno presenta i propri lavori e scoperte, sia a livello di casi reali sia a livello di sperimentazione di base; spesso vengono affiancati seminari pratici. Nell’edizione 2008, ad esempio, c’è stato un interessante approfondimento sugli acari, specie particolarmente attive e presenti in inverno, quando invece altri tipi di insetti spariscono. Nel 2006 ho anche frequentato un master presso l’Università del Michigan e sicuramente ne seguirò altri, perché il confronto con gli specialisti del settore in tutto il mondo è estremamente istruttivo ed è fondamentale per il mio dottorato di ricerca.

Come si è procurata tutti questi contatti?

Spesso in maniera del tutto casuale. Un giorno, per esempio, ho deciso di andare a fare una passeggiata al Parco de «La Mandria». Giunta sul posto, ho scoperto con grande disappunto, che il mio cane non poteva entrare, così ho ripiegato sulla mostra di insetti allestita all’ingresso. Mentre osservavo una collezione entomologica, ho notato un nome sbagliato. L’ho segnalato ai responsabili che, dopo una prima reazione di perplessità, hanno iniziato a chiacchierare. Ho scoperto così che nel Parco si trovano spesso carcasse di animali e mi sono messa d’accordo perché mi chiamassero quando ne trovavano qualcuna. Così è stato: davanti alla prima carcassa, ho raccontato loro tutto ciò che si poteva desumere sull’animale e sulla sua morte in base agli insetti che ricoprivano la carcassa. Sono rimasti esterrefatti e mi hanno messo in contatto con il veterinario dell’ASL, che mi ha dato il permesso di prelevare le carogne rinvenute nel Parco e studiarle. Altri contatti si creano in occasione di corsi e seminari.

Martello di giudiceGli esperti intervenuti alla presentazione del suo libro, tra cui pubblici ministeri, medici legali, docenti di zoologia ed entomologia, carabinieri hanno manifestato grande stima per il suo lavoro. Dunque se anche finora c’è stata scarsa attenzione per la disciplina, non significa che non ne se ne apprezzi la validità...

Vero. I pubblici ministeri e i medici legali sono estremamente aperti a questa disciplina. Spesso il loro problema principale è capire chi sono gli esperti in entomologia forense (come del resto capita anche per altre discipline, definite perciò “orfane”, come la palinologia o l’odontoiatria forensi), perché manca una rete di riferimento e non sono contemplati neppure dal Collegio dei periti italiani (l’associazione di periti ed esperti a cui fanno capo Tribunali). Ai convegni mi capita spesso di incontrare medici legali e magistrati che dicono di scoprire in quel momento la mia “esistenza” e che, se solo lo avessero saputo prima, mi avrebbero interpellata per alcuni casi irrisolti. C’è anche chi ha deciso di riaprire vecchie indagini per sentire il mio parere.

Quando è stato costituito il F.E.Lab? In quanti ci lavorate?

Ufficialmente è nato nel 2006. Io ci lavoro come consulente di entomologia forense; all’occorrenza i tre tecnici dell’Obitorio, che hanno il compito di assistere il medico legale, mi danno una mano. Due di questi tecnici possiedono anche una formazione specialistica sull’entomologia forense, in particolare sono a conoscenza degli standard internazionali a cui occorre attenersi per recuperare i campioni entomologici in modo che, se anche il cadavere arriva in mia assenza, la qualità del prelievo è garantita.

Perché lavorate nell’ambito dell’ASL e non, ad esempio, dell’Università o della Polizia Scientifica?

Perché a Torino, diversamente che in altre città, l’attività obitoriale è gestita dall’ASL, mentre all’Istituto di Medicina Legale dell’Università è affidata la parte didattica. Per chi fa il mio lavoro questa situazione è ottimale, perché tutti i rinvenuti cadavere deceduti in Città senza assistenza vengono sottoposti all’attenzione dei medici legali dell’ASL, presenti a turno 24 ore su 24. Questi, dopo aver fatto il sopralluogo, procederanno compilando la scheda Istat o eseguendo il riscontro diagnostico o l’autopsia giudiziaria. È una procedura che si segue solo a Torino. A Roma, per esempio, il medico legale è chiamato solo se è il caso, se cioè è ravvisato qualche elemento giudiziario. La potenza del F.E.Lab è avere tantissimo materiale su cui fare osservazioni e studi: tutto arriva comunque qui. Che poi sia o non sia giudiziario è relativo. Intanto si può procedere a un campionamento “passivo” che, in genere, si fa solo in sperimentazione (sugli animali) oppure su casi giudiziari. Abbiamo dunque una fonte di conoscenza portentosa rispetto alle altre città.

barboneLe è mai capitato di avere come oggetto di studio una persona viva?

Sì, certo. All’ultimo convegno della European Association for Forensic Entomology (EAFE), tra l’altro, ho presentato i risultati di uno studio sulle miasi che ho condotto assieme a un entomologo che lavora al Pronto Soccorso dell’ospedale «S. Croce e Carle» di Cuneo. Frequenti sono i casi di persone che lasciano esposta all’aria una ferita per farla asciugare, ma se non fanno attenzione le mosche vi depositano le uova e in poco tempo si sviluppano le larve. Negli episodi più gravi si arriva a una infestazione imponente che può rappresentare un’importante concausa che conduce alla morte. Succede spesso tra i senzatetto, che magari hanno i piedi piagati e d’estate si addormentano all’aperto. Ci è capitato anche un caso di miasi foruncolosa, dove l’insetto non sta in superficie ma all’interno di una sorta di grosso foruncolo. Quando l’animale uscì fuori, scoprimmo che non faceva parte della biocenosi piemontese ma arrivava dal Sud Italia.

Come può capitare una cosa simile?

O perché l’animale che normalmente sta sopra la pelle vi si infila casualmente sotto oppure perché appartiene a una specie (es. insetti tropicali) che va abitualmente a deporre le uova sotto l’epidermide. Ci sono poi anche le miasi delle cavità (nasali, oculari, orali...). La maggior parte coinvolge insetti che infestano tipicamente le pecore: basta che uno di essi depositi le uova microscopiche nelle narici di un pastore che si è addormentato all’aperto. L’intervento legale c’è solo quando di mezzo vi siano incuria e negligenza da parte di terzi. Alcune maestre d’asilo, ad esempio, segnalarono ad alcuni colleghi la presenza di larvette nella zona perianale di certi bambini. Lì per lì si poteva supporre si trattasse di tenia, piuttosto che ossiuri o ascaridi, ma analizzandole in laboratorio si è scoperto che si trattava invece di larve di insetti. In questi casi occorre verificare se a casa c’è un adeguato livello di pulizia, se a scuola i pannolini vengono cambiati in condizioni igieniche adeguate (es. lontano da mosche), se i bimbi hanno ingerito cibi contaminati...

Ma la competenza dell’entomologo forense non è legata ai soli fatti con risvolto penale?

Sì, ma spesso la discriminazione tra una miasi casuale e una “intenzionale” si può fare solo a posteriori. Gli entomologi vengono interpellati per stabilire di che tipo di animale si tratta: va da sé, a quel punto, capire cosa è accaduto prima, durante e dopo l’infestazione e, dunque, decidere se ha una rilevanza penale o no.

Presso le Forze dell’Ordine specializzate come i RIS c’è l’esperto in entomologia?

No. E anche chi fa consulenza specialistica come me non collabora direttamente con loro, ma con il Pubblico Ministero che coordina le indagini. All’interno dei reparti specializzati come i RIS è prevista la presenza di esperti di balistica, chimica, fisica, biologia molecolare, informatica, microscopia a scansione, riconoscimento delle impronte digitali e vocali. Tutte le altre discipline sono affidate a consulenti esterni. Io, ad esempio, ho collaborato negli ultimi anni con il tenente Enrico Di Luise, biologo e Ufficiale addetto al RIS di Messina, per la pubblicazione di un lungo articolo sulla prestigiosa «Rassegna dell´Arma dei Carabinieri» e, in particolare, per lo studio dei diversi aspetti delle metodologie biomolecolari relative all´entomologia forense; tale cooperazione ha portato, alla fine, alla stesura del volume «Entomologia Forense» (ed. Minerva Medica). In generale questi tipi di collaborazione, sebbene non siano ancora inseriti in un progetto sistemico, permettono di affiancare le rispettive professionalità ed esperienze scientifiche, aumentando sinergicamente l’efficacia dell’approccio entomologico-forense.

Esistono altri laboratori di entomologia forense in Italia?

Ufficialmente ce n’è soltanto uno, diretto dalla dottoressa Simonetta Lambiase, nato nel 2007 nell’ambito del dipartimento di Medicina Legale a Pavia. Ci sono poi altri laboratori che si occupano di entomologia forense, ma non in maniera esclusiva, a Padova, Bari e Ancona. Qualcosa si fa anche a Parma, presso il Museo di Stroia Naturale, dove c’è il dottor Fabio Gatti, e anche all’Università di Cosenza, presso il dipartimento di Zoologia.

Tra voi che vi occupate di entomologia forense c’è collaborazione?

Si, sia con gli specialisti italiani che con quelli esteri. La collaborazione, il confronto e il dialogo sono i passi fondamentali per la crescita della disciplina e per minimizzare sempre di più i possibili errori. Grazie a Internet e Skype le distanze si accorciano e possiamo incontrarci spesso “virtualmente”.

Merritt RichardCon quali Stati lavora di più?

Lavoro tantissimo con gli Stati Uniti e, in particolare, con il professor Richard Merritt del Michigan, ma ho contatti frequenti anche con Ian Dadour in Australia, e con altri colleghi in Sudafrica e in Inghilterra. Si va un po’ a periodi, in base alle problematiche del momento. Sento spesso anche un entomologo cileno, che nel 1982 era venuto a fare una tesi di dottorato al Parco de «La Mandria» sugli animali in decomposizione: ora si occupa prevalentemente di entomologia delle derrate alimentari e dei rifiuti.

In cosa consistono le collaborazioni con i colleghi all’estero?

Spesso si tratta semplicemente di conversazioni o e-mail di chiarimenti; in altri casi ci scambiamo immagini scattate sul posto o al microscopio; in altri casi ancora (piuttosto rari in realtà) ci mandiamo i campioni reali. I colleghi del Michigan, per esempio, sono specializzati in entomologia acquatica cadaverica e io, di recente, ho dovuto affrontare il caso di un corpo rinvenuto in un pozzo. L’entomologia cadaverica acquatica è estremamente complessa e dunque ho chiesto loro di confermarmi quanto avevo osservato. Altre volte ancora, capita di progettare sperimentazioni comuni presso un’unica sede o ciascuno nella propria. Collaborare tra noi non è solo una questione di buon senso professionale, ma anche un dovere morale, perché deduzioni errate possono avere conseguenze pesanti e condannare, ad esempio, persone innocenti.

Come e quando vi interpella la Magistratura?

Non c’è una collaborazione sistematica, anche perché non tutti conoscono le potenzialità di questa disciplina. Poco tempo fa, per esempio, in una piazzola dell’autostrada sono stati trovati i cadaveri di due ragazzi. Il PM incaricato dell’indagine aveva seguito alcuni mesi prima un convegno sulla prova scientifica, a cui avevo partecipato come relatrice: si è ricordato del mio intervento e mi ha chiamata. Anche nel caso degli orsi uccisi in modo sospetto nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise mi ha contattata un veterinario che aveva partecipato a un convegno della Polizia Ambientale. Nel famoso “delitto del tappeto” il medico legale Roberto Testi, vedendo un marasma di larve e insetti, mi ha subito telefonato. In un altro omicidio, di poco successivo, sono stati i carabinieri a suggerire al PM di chiamarmi. È quasi un passa parola.

La legge italiana sull’attività autoptica risale al 1910: non è un limite il fatto che stabilisca cosa fare e come, dato che nel frattempo le conoscenze scientifiche sono avanzate molto?

Come spiega bene il PM Andrea Bascheri nella prefazione del mio libro, il Codice di Procedura Penale impone «l’assunzione della prova, anche non codificata, se essa risulta idonea ad assicurare l’accertamento dei fatti» (art. 189 c.p.p.). Pertanto, anche se non è contemplata tra i mezzi di prova classicamente intesi, il reperto entomologico rientra di diritto tra le prove essenziali volte ad assicurare l’accertamento dei fatti, tramite la consulenza o la perizia.

Lei è particolarmente attiva anche sul fronte dell’attività didattica e formativa (incluso il libro edito di recente da Minerva Medica). A chi si rivolge? Come viene contattata?

Spesso si tratta di corsi nell’ambito dei cosiddetti ECM (Educazione Continua in Medicina), attraverso i quali medici legali e altri specialisti possono aggiornare le proprie conoscenze. In altri casi sono seminari universitari, integrati nel piano di studi tradizionale, come quelli che ho tenuto di recente all’Università della Magna Grecia di Catanzaro per gli specializzandi in Medicina legale e a Messina per gli studenti del Master di II livello in Scienze Forensi. Per Catanzaro mi ha contattata il professore di Medicina Legale che aveva seguito un altro mio seminario; per Messina il mio nome è stato proposto al Comitato scientifico del Master dai Carabinieri del RIS locale con cui collaboro.

gendarmerie FranceL’entomologia in Italia muove i suoi primi passi. Com’è la situazione nel resto d’Europa?

Migliore, soprattutto dal punto di vista dell’applicazione pratica. La parte teorica, infatti, è ormai tesoro comune largamente condiviso e accessibile. Conosciamo tutti, ad esempio, i risultati che i colleghi del Michigan hanno ottenuto dalle loro sperimentazioni sulle carcasse immerse in acqua. Di conseguenza abbiamo un’idea precisa di ciò che accade in simili frangenti, ma le specie di insetti coinvolte sono inevitabilmente differenti e andrebbero studiate Paese per Paese, Regione per Regione. Un altro problema è legato al fatto che l’entomologia forense è una disciplina border line, per cui in qualche Stato fa capo all’Università, in altri al Sistema Sanitario Nazionale, in altri ancora alle Forze dell’Ordine. In Svizzera, in Francia e in Marocco, per esempio, fa riferimento alla Gendarmerie. L’iniziativa dei singoli, comunque, resta determinante a ogni latitudine.

Perché tanto ritardo rispetto all’America?

In realtà l’entomologia forense è nata in Europa, a Parigi, nel 1894, con la pubblicazione del trattato «La faune de cadavres. Application de l'entomologie à la médicine légale» di Jean Pierre Mégnin. In America si è sviluppata tanto perché è diffusa a livello universitario, dove ci sono parecchi dipartimenti di entomologia che si occupano del ramo forense e sono lautamente finanziati. Questo ha permesso loro di condurre numerose ricerche, che hanno fanno crescere molto le conoscenze relative a questa disciplina. Inoltre anche la popolazione degli States è più numerosa e offre, di conseguenza, più salme da osservare. Va anche detto che le riviste su cui vengono pubblicate le ricerche scientifiche in materia sono americane e i convegni più importanti a livello internazionale si svolgono negli Usa, quindi l’accesso al “palcoscenico” per i colleghi d’Oltreoceano è molto più semplice. Inoltre hanno anche la famosa Body farm (la «Fabbrica dei corpi» che ha ispirato l’omonimo romanzo di Patricia Cornwell), dove lasciano i cadaveri a decomporre e poi li studiano. Insomma hanno tante possibilità in più rispetto a noi. In realtà anche qui facciamo ricerca a buoni livelli, ma lavoriamo in modo diverso e su scale inevitabilmente minori. Mi spiego: lo studio sulle miasi in Piemonte che ho condotto assieme al collega di Cuneo è giunto a risultati interessanti, ma la zona geografica a cui fa riferimento è una capocchia di spillo nella piantina del mondo. Comunque, alla fine, anche in America sul campo opera solo una manciata di esperti; in particolare nel Michigan, Tennessee, Hawaii, Missouri, Texas, Florida, Virginia, e in Canada.

Vuole dire che neppure negli Usa gli entomologi forensi sono figure previste in ogni dipartimento di Polizia Scientifica?

No. Ma la consulenza della famosa serie tv «CSI» è stata comunque affidata a un entomologo forense che si occupa di casi pratici. Da questo punto di vista siamo stati bravi anche noi: gli sceneggiatori di «RIS. Delitti imperfetti», che nella quinta serie ha introdotto la figura dell’entomologa Flavia Ayroldi, hanno infatti chiesto a me di scrivere soggetti che avessero gli insetti per protagonisti.

Ris delitti imperfetti - telefilmE come è arrivata a fare la soggettista per una fiction?

In una puntata della quarta serie il killer perdeva una borsa, all’interno della quale c’era un seme dove era nascosto un insetto. In base alla specie dell’insetto e ai pesticidi usati in una certa area, si doveva arrivare a dedurre il campo da cui proveniva il seme. Mi contattarono per appurare la veridicità della situazione. Poi mi invitarono ad andare a trovarli la prima volta che passavo da Roma. Quando ci incontrammo, spiegai agli sceneggiatori fin dove poteva arrivare l’entomologia e rimasero molto stupiti, così mi proposero una collaborazione a contratto che mi impegnava a scrivere qualche storia verosimile. Alla fine decisero di creare un personaggio nuovo, Flavia Ayroldi, appunto, interpretata dall’attrice Jun Ichikawa. Ormai ci lavoriamo da tre anni, tra aggiustamenti e ripensamenti vari. Le trame che ho proposto si ispirano a storie vere, ma per così dire “esasperate”; talvolta fanno riferimento a casi ipotetici e sperimentali, descritti però sempre nella letteratura scientifica. Questo tipo di consulenza è molto “americano”: negli Usa, infatti, c’è un Garante che non fa andare in onda telefilm o film in cui si diano informazioni troppo scorrette, perciò gli autori devono sempre chiedere la collaborazione di un esperto, che certifichi la veridicità di certe situazioni, anche se magari la possibilità che si verifichino è remota.

Passiamo all’«entomologia dei prodotti immagazzinati»: se ne è mai occupata?

Certo. Ricordo in particolare un caso di carne precotta che, portata a casa, ha riservato ai commensali una macabra sorpresa: era piena di vermi. È stata mandata all’Istituto zooprofilattico, che ha certificato la presenza di larve di mosca e la non commestibilità del prodotto. A me è stato chiesto di stabilire chi era il colpevole lungo la filiera alimentare: chi aveva fatto infestare la carne? Era già marcia da cruda o, una volta cotta, era stata conservata male? Era colpa del venditore o chi l’aveva comprata aveva fatto il furbo e l’aveva cosparsa di comuni vermi da pesca?

Qualche caso altrettanto clamoroso di «entomologia urbana»?

Non molto tempo fa mi sono occupata dei dipendenti di un ufficio pubblico, che presentavano vistose bolle e pareva si trattasse di parassiti presenti sul posto di lavoro. Quando sono giunta per il primo sopralluogo, ho scoperto che era appena passata l’impresa di pulizie così non ho trovato gran che. In seguito ho trovato dei residui di insetti, che ho campionato e analizzato in laboratorio. Quindi mi sono rivolta a un dermatologo per capire se le bolle comparse sulla pelle degli impiegati potevano essere compatibili con quanto avevo trovato io.

provette moscheCome fate a sapere quali specie sono presenti normalmente sul territorio?

Facciamo riferimento alla classificazione italiana generale (check list) esistente.

Tra le attività di ricerca dell’entomologia forense una delle più importanti è proprio l’aggiornamento della check list nazionale. Ci state lavorando?

Tutti i dati ottenuti da studi sperimentali e casi pratici sono mattoncini per l’aggiornamento della check list, che è un lavoro tutt’altro che semplice. In Italia, d’altronde, ottenere i permessi necessari per la sperimentazione su carcasse animali richiede procedure complesse e ciò comporta ulteriori difficoltà.

Il cambiamento climatico, così come la circolazione globale di merci, uomini e animali, introduce nuove specie?

Finora il cambiamento climatico ha indotto soprattutto variazioni ecologiche, cioè ha cambiato le abitudini delle specie piuttosto che le specie in sé. Pertanto, se si riscontra una specie nuova, in genere la causa è l’immissione involontaria. Per esempio, se il soggetto con la miasi foruncolosa di cui ho parlato prima fosse arrivato in Piemonte dal sud Italia non con uno ma più insetti e larve, avrebbe potuto introdurre una specie alloctona. I colleghi di Padova hanno scritto un interessante articolo sulle conseguenze della globalizzazione descrivendo il caso della Hermetia illucens, una specie di dittero neotropicale entrata in Italia attorno agli anni Cinquanta, pare con un carico di patate, la cui diffusione è stata favorita dai cambiamenti climatici e dall’assenza di predatori specifici. È ormai noto ai più che Hermetia interviene nelle fasi avanzatissime della decomposizione cadaverica, 6-7 mesi dopo la morte, ma pochi sanno che può sopravvivere anche a basse temperature, entrando in una sorta di letargo.

Quali sono i punti di forza dell’entomologia forense?

La scarsa conoscenza delle sue potenzialità: è un vantaggio nella misura in cui i malintenzionati non prendono “precauzioni”. Si pensi, a titolo di esempio, al caso di un pentito in prigione che riveli di aver nascosto un cadavere in un determinato posto; i complici latitanti, avvertiti della “spiata”, vanno sul posto e spostano il cadavere, ma non le larve che se lo stanno mangiando. Se al sopralluogo nel posto indicato dal pentito partecipa anche un entomologo, che recupera le larve e analizza il DNA del loro piccolo stomaco, si può stabilire con certezza che fino a poco tempo prima in quel luogo c’era anche il corpo della vittima. Altro esempio: supponiamo che in un certo Parco si scoprano carcasse di animali avvelenati. La tossicologia insegna che l’avvelenamento cronico lascia tracce in tutti i tipi di tessuto, quello episodico solo in specifici organi. Ma, se i resti rinvenuti sono stati in gran parte divorati, il tossicologo non potrà dire nulla e resterà un’unica possibilità: analizzare gli insetti che si sono cibati del cadavere.

scena crimine 1E quali sono i limiti principali?

Una critica fatta spesso all’entomologo è che dalle sue indagini non può dedurre realmente il momento preciso della morte, ma solo quello di colonizzazione. Quando una persona muore, infatti, gli insetti non arrivano subito, ma dopo un po’, in base a diversi fattori. L’entomologo dunque può stabilire con esattezza il «tempo di colonizzazione», cioè il tempo trascorso tra l’arrivo degli insetti e il ritrovamento del cadavere. Ma non è in grado di quantificare il tempo trascorso tra la morte e l’inizio della colonizzazione. Come si fa, allora, a stimare il tempo di morte reale? Molto dipende dalle condizioni ambientali: se fa caldo, ad esempio, l’intervallo di tempo tra la morte e l’arrivo degli insetti sarà estremamente ridotto; se fa freddo, sarà maggiore. In ogni caso, avere un piccolo margine di incertezza è sempre meglio che non dire nulla. Il presupposto di partenza è che l’obiettivo degli insetti è riprodursi e deporre le uova nel substrato a loro più favorevole (la carne necrotica, in particolare, fiutata a distanze straordinarie). Sperimentalmente si è visto che se anche la carcassa è chiusa dentro a un baule, l’insetto è disposto a spezzarsi le ali pur di entrare e deporre le uova. L’individuo si sacrifica per far continuare la specie.

Quali i problemi ancora aperti?

Direi anzitutto le poche conoscenze sull’entomofauna autoctona: la check list nazionale c’è, ma si può e si deve migliorare. L’obiettivo non è tanto individuare nuove specie e sottospecie, ma stabilire se le specie note hanno tempi di sviluppo differenti a seconda delle aree geografiche. Noi dobbiamo spesso fare riferimento alle tabelle di crescita redatte all’estero, che sono abbastanza precise, ma quanto? In Italia basta spostarsi di 100 km per passare dalla pianura alla montagna, dalla campagna al mare, con condizioni meteorologiche (es. temperatura e umidità) completamente diverse. Occorrerebbe lavorare in maniera sistematica per classificare gli insetti nei diversi luoghi e registrare come variano i loro tempi di sviluppo. Un secondo limite è la scarsa conoscenza della materia tra gli specialisti della scena del crimine. Non è colpa dei PM, né dei medici legali, né tanto meno dei biologi, ma dei sistemi formativi che non prevedono un serio aggiornamento generale.

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