Dossier

Chimica da Nobel a Torino

La "lezione" di Roald Hoffmann

Roald Hoffmann Al 41° congresso IUPAC il rapporto tra scienza ed etica è stato al centro della scena, in senso sia metaforico che letterale. La responsabilità morale degli scienziati ha fatto da fil rouge tra diverse relazioni del convegno, a partire dalla lectio magistralis inaugurale tenuta dal premio Nobel Roald Hoffmann fino alla proposta finale di una «Carta dei principi etici delle scienze chimiche» avanzata dalla Società chimica italiana.

«La scienza», ha spiegato Hoffmann, «è un sistema di incredibile successo per acquisire conoscenze attendibili e per trasformare concretamente il mondo, attraverso le tecnologie correlate. Grazie ad essa c’è stato un enorme miglioramento della condizione umana, accompagnato a uno straordinario incremento delle conoscenze; tuttavia la gente continua ad avere un atteggiamento ambivalente, se non apertamente sospettoso, nei confronti degli scienziati. Le preoccupazioni principali sono di carattere etico e si concentrano sulle tematiche ecologiche e ambientali». In passato i ricercatori si sono rivelati «superbi» e hanno ampiamente sottovalutato le conseguenze “sociali” dei loro studi. Ma a che punto siamo oggi? «La scienza sta cambiando: deve farlo», ha commentato Hoffmann. «I suoi interventi di maggior successo sono ormai accompagnati da valutazioni di ordine morale e ambientale».

«Le persone non sono macchine», ha aggiunto il premio Nobel dall’alto dei suoi 40 anni di insegnamento alla Cornell University. «Sono creature magnifiche e mutevoli, che si dedicano alle attività creative (o alla semplice sopravvivenza) mescolando ragione ed emozione. La logica e la scienza non bastano alla comprensione degli individui o della società». Secondo Hoffmann è indispensabile che la scienza torni ad «accettare la natura umana», «introduca in modo deciso le questioni etiche e ambientali in tutto ciò che fa» e, soprattutto, «ritrovi uno dei suoi obiettivi fondamentali: migliorare le condizioni di vita dell’umanità». In definitiva, per recuperare la fiducia della gente, gli scienziati «devono dimostrare di essere tanto morali quanto possono esserlo gli esseri umani: niente di più».

bimbo felice Hoffmann è conosciuto, oltre che per le sue qualità di eccellente scienziato, anche per le sue doti di divulgatore: ha scritto numerosi saggi e ha collaborato alla produzione di un corso televisivo di introduzione alla chimica, che ha avuto grande successo e diffusione. Ma è anche uno stimato poeta e drammaturgo. A Torino ha presentato in anteprima mondiale la nuova versione del suo dramma teatrale «Shoud’ve», dedicato alla varietà di atteggiamenti che gli scienziati assumono quando devono affrontare le conseguenze potenzialmente negative delle loro ricerche. Fino a che punto, si domanda l’autore, devono considerarsi responsabili delle applicazioni negative dei loro risultati?

Analisi del DNA al Laboratorio chimico della Camera di commercio di Torino «Non ci sono molecole cattive: ci sono solo uomini malvagi», ha spiegato Hoffmann. «Poco dopo la sua immissione sul mercato il talidomide, ad esempio, si è rivelato molto pericoloso per le donne gravidanza. Oggi tuttavia sappiamo che è molto utile nel trattamento degli stati infiammatori provocati dalla lebbra. Mentre studi recenti indicano nel talidomide un buon inibitore della replicazione dell’hiv». In altre parole, «le molecole sono molecole. Chimici e bioingegneri ne creano di nuove, trasformando quelle vecchie. Altri, nella catena economica, le vendono e tutti le vogliamo e le usiamo. Ciascuno di noi gioca un ruolo preciso nell’uso o abuso dei prodotti chimici. Qui sta, secondo me, la responsabilità degli scienziati nei confronti del loro prossimo. Considero i ricercatori come attori di una tragedia classica. Sono condannati dalla loro natura a creare: non c’è modo di evitare lo studio di ciò che è dentro o attorno a noi; non c’è modo di chiudere gli occhi dinanzi alla creazione o alla scoperta. Se non trovi tu una certa molecola, la troverà qualcun altro. Allo stesso tempo, credo che gli scienziati abbiano una responsabilità assoluta nel pensare agli usi delle loro creazioni, inclusi i possibili abusi da parte di altri. E devono fare il possibile per portare tali pericoli all’attenzione del pubblico. Se non io, chi altro? Anche a costo di perdere i propri mezzi di sussistenza e di andare incontro a umiliazioni: devono imparare a convivere con le conseguenze delle loro azioni. È questo che fa di loro attori in una tragedia e non eroi ridicoli su un piedistallo. È questa responsabilità nei confronti del prossimo che fa di loro degli uomini».

L’introduzione di un «Codice etico» tra chi fa ricerca è per Hoffmann non solo utile ma necessaria: «Gli scienziati non sono nati con l’etica, né la scienza è neutrale dal punto di vista etico. Ritengo che corsi di etica o, ancora meglio, gruppi di discussione, basati su casi concreti, dovrebbero far parte della formazione di ogni scienziato». E chi dovrebbe introdurre le norme a cui attenersi? «Credo in un’etica che nasce dal dialogo e dal confronto tra esseri umani, non in regole imposte dall’alto», ha spiegato il professore. Una morale interiore che lo ha portato a compiere un’affermazione estrema (e piuttosto impopolare, a suo dire, tra la maggioranza degli scienziati): «Alcune ricerche non dovrebbero essere fatte».

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