Dossier

Il cancro dell'utero: nuove strategie

Il vaccino

Sulla base delle premesse della sezione "terapia" è facile comprendere perchè l’interesse di molti ricercatori si sia spinto verso la messa a punto di un vaccino contro il Papillomavirus.

Se l’infezione viene bloccata in tempo, infatti, le probabilità di sopravvivenza sono alte e si potrebbe arrivare a una riduzione della mortalità complessiva per il tumore del 5-10%.

Il vaccino sarebbe ancora più importante nei paesi in via di sviluppo, nei quali si osserva l’80% dei decessi.

Recentemente è stato messo a punto un nuovo vaccino, Gardasil™, dall’azienda Merck, di cui è già stata conclusa positivamente la fase III di sperimentazione clinica. L’annuncio ufficiale del nuovo vaccino è stato dato a Parigi, in occasione della Conferenza europea sul cancro. Il vaccino contro l’ HPV è quadrivalente in quanto agisce immunizzando verso i tipi 6, 11 (implicati nello sviluppo di condilomi acuminati), 16 e 18 di HPV (i sottotipi più attivi nel tumore all’utero).

Per la messa a punto del vaccino è stata sfruttata la capacità delle proteine virali capsidiche L1 e, in misura minore, L2 di autoassemblarsi in Virus-Like Particles (VLPs), strutturalmente ed antigenicamente identiche ai virioni naturali (tali quindi da evocare una risposta anticorpale virus-specifica, conferendo una protezione specifica).

I VLPs rappresentano, in altre parole, il capside virale vuoto, cioè privo di qualsiasi materiale genico virale e, pertanto, possono essere somministrati con sicurezza nella popolazione sana. In considerazione dell’incapacità dell’HPV di crescere in modo adeguato in coltura o dell’impossibilità di poter trasfettare gli animali di laboratorio, sono stati di fondamentale importanza gli studi condotti con virus “HPV-affini”su modelli animali: Bovine Papillomavirus (BPV), Canine Oral Papillomavirus (COPV), Cottontail Rabbit Papillomavirus (CRPV). Rimangono certamente alcuni dubbi legati a questi modelli sperimentali: come l’utilizzo di animali nonprimati, la diversità del virus utilizzato e la differente via d’infezione rispetto all’HPV.

I risultati della prima parte dello studio, di Fase II (quindi indirizzato a un numero ridotto di pazienti), controllato, randomizzato, in doppio cieco con placebo sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica The Lancet Oncology. Allo studio - svoltosi negli Stati Uniti, in Europa e Brasile - hanno partecipato 552 donne tra i 16 e i 23 anni: sono state suddivise casualmente per ricevere vaccino o placebo, somministrazione che è stata ripetuta al 2° e al 6° mese. Obiettivo primario, stimare l’efficacia del vaccino nel ridurre l’incidenza combinata dell’infezione persistente da HPV 6, 11, 16, o 18 e delle malattie correlate, comprese lesioni cervicali (neoplasia cervicale intraepiteliale o CIN), cancro della cervice uterina e/o lesioni genitali esterne (condilomi acuminati). Ad intervalli regolari, nei 30 mesi successivi ai 6 mesi di somministrazione del vaccino o del placebo con adiuvante, le donne sono state sottoposte ad esame ginecologico e prelievo finalizzato a definire il loro stato di immunità rispetto all’HPV. All’ultima visita di controllo delle donne partecipanti, sono stati osservati 36 casi di malattia o infezione persistente o rilevazione di HPV nel gruppo placebo rispetto a 4 casi nel gruppo di soggetti vaccinati con Gardasil. Dei 4 casi riscontrati nel gruppo Gardasil™, però, uno solo è stato effettivamente confermato come infezione persistente, mentre negli altri 3 casi l’HPV individuato non è stato successivamente confermato come infezione persistente.

Gardasil™ ha indotto una risposta immune misurata dai titoli anticorpali sierici anti-HPV. I titoli di anticorpi anti-HPV 6, 11, 16 e 18 al termine del ciclo di vaccinazioni (al 7° mese) sono risultati notevolmente più elevati tra le donne vaccinate che tra le donne che avevano ricevuto placebo ma che avevano precedentemente contratto infezione naturale da HPV. Malgrado i livelli anticorpali tra le donne vaccinate con Gardasil™ abbiano iniziato a scendere dopo il settimo mese, al 36° mese rimanevano ancora allo stesso livello o superiori a quelli osservati nelle donne del gruppo placebo che avevano avuto una riposta immunitaria positiva ad una precedente infezione naturale da HPV.

I risultati di questo studio hanno permesso di intraprendere la sperimentazione clinica di Fase III, in tutto il mondo, che hanno arruolato oltre 25,000 soggetti. In Italia la sperimentazione su volontarie si è svolta in cinque grandi poli ospedalieri, quali i centri clinici universitari di Brescia e di Palermo, gli istituti dei tumori di Roma e di Napoli e l’ospedale Sant’Andrea di Roma.

L’obiettivo è prevenire la malattia, evitandone l’insorgenza all’origine ma, per mettere in pratica questa strategia occorre un cambiamento di mentalità in molte famiglie. Infatti per essere veramente efficace il vaccino deve essere somministrato in tempo, già a partire dall’età in cui le donne non hanno ancora iniziato le prime esperienze sessuali in modo tale da impedire l’attecchimento della malattia al momento di un futuro contagio. Per queste caratteristiche, le giovani donne all’inizio o prima dell’attività sessuale rappresentano il target idoneo di popolazione per questa tipologia di vaccino. Pertanto deve essere messo in atto un programma di vaccinazione di massa, per conseguire una completa eradicazione del tumore dell’utero.