Dossier

La vita nell'universo

Gaia e le sue amiche

Anche per la Terra- sulla base dell'osservazione degli organismi che siamo certamente disposti a definire vivi, composti come sono di cellule che si specializzano in vari ruoli e che cooperano all'esistenza dell'animale o della pianta di cui fanno parte- è stata proposta l'ipotesi che possa trattarsi di un enorme organismo vivente.

L'ipotesi, avanzata nel '79 dal fisico James Lovelock, va sotto il nome di "Ipotesi Gaia", riprendendo così il nome dato nella mitologia greca alla dea Terra. La Terra sarebbe quindi un sistema globale, un organismo comunque vivente, protetto dalla sua "buccia" e che regola il suo funzionamento interno con quanto succede al di sopra della sua superficie. Questa teoria si basa sulla constatazione dell'esistenza di un fine equilibrio esistente tra le varie forze naturali spesso in apparente concorrenza fra di loro. L'ecologia ci insegna che gli equilibri naturali agiscono sulla base di meccanismi di retroazione esattamente come accade all'interno degli organismi sottoposti alla legge della selezione e una tale analisi, forse non a caso, si impone ancora di più valutando l'impatto ambientale della tecnologia umana.

Lovelock osservò come esista una evidente e alquanto strana, se confrontata con quanto accade sugli altri pianeti, autoregolazione interna delle caratteristiche fisiche del pianeta come temperatura, alcalinità e composizione chimica dei mari e dell'atmosfera. In questo contesto, lo strumento usato da Gaia per raggiungere questa regolazione fine e mantenerla nel tempo appare essere la vita presente sul pianeta: la vita animale e vegetale potrebbe essere quindi uno stratagemma evolutivo adottato da un organismo ancora più grande, di dimensioni planetarie. L'ipotesi, nonostante eserciti un certo fascino responsabile peraltro del grande successo riscosso da questa teoria e nonostante goda di una certa verificabilità empirica, non ha incontrato il completo favore di tutta la comunità scientifica. Alcuni, infatti, a Gaia preferiscono l'idea di una biosfera da considerare un organismo globalmente vivo, posizione a sua volta osteggiata dai sostenitori della validità del principio antropico.

Nel 1980 il fisico Gerald Feinberg e il chimico Robert Shapiro notarono come le complesse correlazioni tra le esistenze degli organismi animali e vegetali si svolgano all'interno della biosfera e che sia quindi più logico riguardare questa come la struttura dinamica identificabile come viva. "La storia della vita sulla Terra", affermano i due scienziati," diventa allora il racconto della continua sopravvivenza ed evoluzione della biosfera a partire dalle sue origini sulla Terra prebiotica". L'ipotesi della biosfera vivente si regge sulla quantità di ordine interno che essa riesce a darsi scambiando energia con l'esterno. E' una delle tante vie che l'informazione ordinata, il nuovo concetto vitale, può prendere e questo implica che altrove una forma di vita potrebbe essere un intero grande animale padrone incontrastato di un pianeta come una forma di energia radiante (radiobiosfera) annidata in una nube interstellare (vedi La nuvola nera) o in qualche altro anfratto galattico. In questo cosmo pieno di vita, per autosimilarità, si potrebbe arrivare a teorizzare- e di sicuro qualcuno l' ha già fatto, un Universo vivo.

Lo stesso cosmologo Lee Smolin mette le mani avanti non intendendo aderire a una visione così "panbiotica". Il "Tutto è pieno di dei" empedocleo, figlio di una cultura della personificazione di tutti gli accadimenti naturali, sembra- come tante altre posizioni presocratiche- tornare prepotentemente non appena si sia disposti ad abbandonare la limitata fede "carbonio-centrica".

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