Dossier

Gli insetti sulla scena del crimine: a Torino indagini alla Kay Scarpetta

Cenni storici

Signore delle mosche - antica Mesopotamia Oggi la vista degli insetti genera paura o disgusto, ma nelle culture più antiche questi animali sono stati associati ad alcuni aspetti della vita e della morte e, in alcuni casi, addirittura identificati con le divinità. La prima testimonianza dell'interesse dell'uomo verso il mondo degli insetti, e in particolare verso i ditteri, si può trovare su un sigillo mesopotamico di cinquemila anni fa in cui è rappresentata una gazzella distesa a terra apparentemente senza vita, sopra la quale è raffigurata una mosca. L'attenzione verso l'insetto è probabilmente dovuta al fatto che questo periodo vide crescere in modo esponenziale gli insediamenti umani, i rifiuti e le carneficine delle guerre e ciò ebbe come conseguenza l'esplosione demografica di questi animali: «Questi non poterono esser ignorati né dai vivi né dai morti», essendo «i cadaveri uguali, siano essi di schiavi o di re» (Greenberg & Kunich, 2002).

Il primo chiaro riferimento alle mosche carnarie risale a più di 3.600 anni fa, su una delle numerose tavolette di creta con scritti cuneiformi della «Har-ra-Habulla», considerata a tutti gli effetti il più antico "libro di zoologia" conosciuto. Sono descritti 396 animali, tra i quali 10 mosche, incluse le mosche verdi (probabilmente Phaenicia sericata o Chrysomya albiceps) e le mosche blu (probabilmente il genere Calliphora), entrambe, attualmente, di interesse medico-legale.

La relazione tra insetti e cadaveri era nota anche agli antichi Egizi: essi conoscevano il ciclo vitale dei ditteri, compresa la metamorfosi, e incidevano amuleti a forma di mosca per scacciare il maligno e collane mortuarie che servivano ad allontanare la distruzione del corpo. Uno degli obiettivi dell'imbalsamazione del corpo era, d’altronde, proteggere il defunto dall'attacco degli insetti e del tempo: a tale proposito nel Capitolo 154 del Libro dei Morti si legge: «Questo mio corpo non diverrà preda di larve». Anche dopo l'imbalsamazione, il guardiano dello spirito Ka rimaneva vicino al corpo o periodicamente tornava a controllarlo.

Nel papiro Gizeh n° 18026:4:14, trovato nella bocca di una mummia, si può leggere: «Le larve non diventeranno mosche dentro di te». Nelle epoche predinastiche compaiono amuleti di pietra a forma di mosca che avevano valore di prevenzione e protezione; a partire dal Nuovo Regno tuttavia la mosca assume anche significato di impudenza, persistenza e coraggio, tanto da assegnare l'onorificenza dell'Ordine della mosca dorata o Mosca del valore a soldati distintisi in battaglia.

Presso i Greci la mosca era considerata un animale sacro al quale si collegavano alcuni nomi di Zeus e Apollo: essa evocava l'onnipresenza degli dei, incessantemente ronzanti, sempre in moto e pungenti. Ricordava anche il turbinio della vita olimpica e l'ideale di uomo d'azione, agile e febbrile, ma anche inutile e rivendicatore; il demone della decomposizione, Eurinomo, divoratore di cadaveri, veniva rappresentato sia come avvoltoio sia come mosca. Il ruolo degli insetti nei fenomeni fisiologici della morte era ben conosciuto anche da Omero che immaginò Achille rivolgersi alla madre con tale preghiera: «Madre, son degne del divino fabbro, quest'armi, né può tanto arte terrena. Or le mi vesto, ma timor mi grava che nelle piaghe di Patroclo intanto vile insetto non entri, che, di vermi generator, la salma (ahi senza vita!) ne guasti sì, che tutta imputridisca». «Pensier di questo non ti prenda, o figlio», gli rispose la dea, «l'infesto sciame, divoratore de' guerrieri uccisi, io ne terrò lontano ov'anco ei giaccia intero un anno, farò sì, che il corpo incorrotto ne resti, e ancor più bello» (Omero, «Iliade», libro 19, versi 20-33).

La relazione tra ditteri e cadaveri si fece spazio anche in Asia minore dove, presso le civiltà dei Caldei, Filistei, Fenici ed Ebrei, le mosche erano associate a Baalzebub, «Signore delle mosche», rappresentato come una mosca che può portare piaghe e mandare legioni alate come punizione (Greenberg 1991).

La prima testimonianza di una relazione "forense" mosca/omicidio viene fatta risalire a un episodio accaduto in Cina, in un periodo compreso tra il 907 e il 970 d.C.: «Un ufficiale della corte sentì una donna piangere e urlare disperatamente. L'ufficiale le chiese il motivo di questi lamenti e lei rispose che il marito era stato ucciso dal fuoco. L'ufficiale però si accorse che vicino al corpo si trovavano molte mosche e durante l'autopsia si scoprì una ferita sul capo dell'uomo. La donna confessò di aver ucciso il marito insieme a un altro uomo, procurandogli quella lesione» (Greenberg & Kunich, 2002). Un altro "caso" risolto grazie a evidenze entomologiche, seppur ancora ancestrali, viene fatto risalire al 1247 sempre in Cina ed è riportato da Sung Tz'u nel suo «Hsi Yuan Chi Lu» («Spazzare via i torti e lavare le ingiustizie»), un primordiale ma efficace manuale per l'investigazione sulla scena del delitto: «Un lavoratore morì in un campo di riso, ucciso dai colpi di una falce. Il locale agente della legge si recò dove l'uomo era stato ucciso e radunò tutti i lavoratori dei campi di quella zona. Chiese loro di deporre le falci in fila per terra. Il tempo era caldo e non ci volle molto tempo prima che le mosche iniziassero a raccogliersi su un falce particolare. Alla vista di tal evidenza il padrone della falce confessò il suo crimine».

Crivelli - Madonna con bambino e mosca Nelle opere d'arte del Rinascimento la morte e il demonio sono raffigurati come una mosca; si possono ricordare, tra le altre, le opere del pittore veneziano del XV secolo Carlo Crivelli («Madonna con Bambino») e quella omonima di Giorgio Schiavone (1460), conservata nella Galleria Sabauda di Torino, dove si vede Gesù che tiene in mano un uccellino, simbolo della Resurrezione, per proteggerlo da una mosca, simbolo di morte e di Satana. Un altro dipinto conservato a Torino, «San Gerolamo nel deserto» di Matteo di Gualdo, ritrae il Santo in preghiera e dietro la sua figura si scorgono due volumi, chiusi con dei lucchetti, davanti ai quali è posata una mosca: il significato iconografico è che il Demonio, la mosca, non è in grado di toccare e disonorare le Sacre Scritture.

Amboise Paré, uno dei più importanti medici militari del suo tempo, dà una descrizione personale della battaglia di San Quintino del 1557: «Vedemmo più di mezza lega di terra coperta da corpi morti; non potemmo resistere a lungo lì a causa dell'odore che emanavano i corpi morti e anche i cavalli morti. Pensai che noi ne eravamo la causa e vidi sciami di mosche intorno ai corpi che procreavano grazie all'umidità e si vedevano i loro corpi verdi e blu; erano così tanti da oscurare d'ombra il sole. Sentimmo il loro ronzio, che era ancora più orribile per noi. E pensai che fosse abbastanza per determinare una piaga, dove loro si posavano».

Nel 1668 Francesco Redi compie il primo esperimento medico della storia seguendo il cosiddetto «metodo scientifico sperimentale»: studia i fenomeni di decomposizione della carne sia esposta all'aria sia in recipienti chiusi. Con questo lavoro è in grado di demolire sperimentalmente il concetto della «generazione spontanea» (abiagenesi), secondo cui le larve sarebbero prodotte "spontaneamente" dalla carne, teoria già enunciata da Aristotele e sostenuta fino ad allora dalla Scuola aristotelica. A metà del XIX secolo un inventario delle specie di insetti e di altri artropodi legati ai fenomeni di decomposizione fu redatto da Orfila, ma senza un nesso con eventuali omicidi: in questo trattato, datato 1831, sono descritte 30 specie e viene preso in considerazione il ruolo dei ditteri e dei coleotteri nell'attacco e nella distruzione del cadavere, contribuendo anche ai primi studi sulla fauna riscontrata nelle esumazioni e sulla successione di artropodi che si avvicendano sul cadavere umano.

La prima documentazione di applicazione dell'entomologia forense in Occidente risale al 1850, quando Bergeret risolve un caso di infanticidio facendo uso degli insetti come indicatori del periodo di morte: il corpo di un bambino viene trovato murato nel camino di una casa e Bergeret stabilisce che l'insieme dei resti di insetti associati al cadavere (pupari di Musca carnaria) indica uno stato di decadimento che risale a parecchi anni prima, per cui la responsabilità dell'infanticidio ricade sui precedenti occupanti della casa, non su quelli presenti al momento del ritrovamento (Bergeret, 1855). Negli anni successivi si verificano altri casi simili, tra cui l'intervento di Lazzaretti a Padova nel 1874: per valutare l'epoca della morte di un piccolo cadavere mummificato rinvenuto in una soffitta vengono utilizzati i pupari e le larve che avevano colonizzato i resti.

È però nel 1894 che si data la nascita della moderna entomologia forense, con la pubblicazione de «La faune des cadavres. Application de l'Entomologie a la Medicine Legale» di Jean-Pierre Mégnin. Egli determinò la sequenza e l'avanzamento della decomposizione di un corpo; osservò e descrisse i cambiamenti nei raggruppamenti di insetti col procedere del disfacimento del cadavere, definendo le «squadre di artropodi» (insetti e acari) specifici di ogni stadio. Mégnin considerò il cadavere come un ecosistema dinamico con una sua particolare successione faunale, nonostante il corpo umano sia dimensionalmente finito. Mégnin pubblicò 14 lavori a partire dal 1883 e viene considerato dalla maggior parte degli autori come il padre dell'entomologia forense, benché altri lo abbiano preceduto e molti dei suoi rigidi postulati siano ormai superati.

Megnin Jean-Pierre A partire del 1920 i medici legali italiani cercano di razionalizzare i risultati degli anni precedenti, recuperando, non senza critiche, i concetti generali di Mégnin e apportando dati inediti sulla fauna cadaverica marina, grazie a esperimenti orginali (Porta, 1929). Sempre in Italia, nel 1933, Bellussi pubblica un lavoro di accertamento della data di morte su quattro persone decedute nel deserto nordafricano, utilizzando l'entomofauna riscontrata durante il sopralluogo per effettuare esperimenti in condizioni controllate.

Gli studi del finlandese Nuorteva prima e quelli di Altamura e Introna poi, a cavallo tra gli anni '70 e '80, hanno contribuito a chiarire il ruolo dei ditteri cadaverici nella determinazione della cronologia della morte e hanno contribuito alla conoscenza morfologica degli stadi preimmaginali (cioè prima della fase adulta).

Nel 1986 Erzinçlioglu osserva che nell'entomologia forense c'è una forma di conoscenza che non si può acquisire con la sola ricerca sperimentale, ma che richiede la raccolta delle analisi di casi pratici: questo giustifica la consuetudine da parte degli entomologi forensi di riportare, oltre agli aspetti scientifici della materia, anche la descrizione dei casi criminali affrontati e risolti mediante l'impiego di questa disciplina. Negli stessi anni Marchenko descrive i possibili casi di degenerazione dei tessuti dopo la morte: i processi della putrefazione sono dipendenti da moltissimi fattori quali età, sesso, costituzione, presenza/assenza di vestiti, tipo di copertura, luogo di morte, esposizione a fonti luminose, clima, substrato e molte altre condizioni. Tutte queste caratteristiche incidono sul corpo, ma anche su gli insetti che lo colonizzeranno, quindi decadono completamente i rigidi postulati di Mégnin che riguardano le successioni di ondate di insetti sul corpo nel tempo.

Tra il 1986 ed il 1989 K.G.V. Smith del British Museum di Londra pubblica i primi manuali di entomologia forense, ancora oggi considerati i testi di riferimento a livello mondiale. Infine, durante il XIX Congresso mondiale di Entomologia (Pechino, 1990) viene organizzata per la prima volta una sessione autonoma di entomologia forense. In quell’occasione i più importanti studiosi della materia (Nortueva, Goff, Lord, Haskell, Hall, Marchenko, Clark, Nishida e Wells) danno vita a un gruppo di lavoro composto da entomologi e medici legali, e avviano incontri periodici e progetti di ricerca comuni, con scopi prevalentemente applicativi, tutt'oggi perseguiti da vari Enti europei.

Suggerimenti