Dossier

Biocarburanti, opportunità energetiche in espansione

Bioetanolo

I carboidrati rappresentano più della metà di tutta la sostanza secca delle piante. Sono infatti presenti sia nelle pareti cellulari di tutte le cellule come cellulosa ed emicellulose, con funzioni meccaniche di sostegno, sia nelle cosiddette sostanze di riserva (amido). Le riserve permettono alla pianta di affrontare momenti particolari del metabolismo: durante la maturazione dei semi, ad esempio, gli zuccheri semplici che lì confluiscono vengono condensati in amido che, al momento della germinazione, viene idrolizzato in zuccheri solubili e mobilizzabili, utili allo sviluppo dell’embrione.

Il processo chimico alla base della produzione del bioetanolo è la fermentazione alcolica con cui i glucidi vengono trasformati in alcol etilico. Per ottenere i migliori risultati da questa trasformazione occorre partire da una materia prima che abbia contenuti zuccherini elevati, sia reperibile a basso costo, sia disponibile in quantità elevate e costanti. Di conseguenza vanno bene le cosiddette coltivazioni “energetiche” ovvero i cereali come il mais, il sorgo zuccherino, il grano, l’orzo o le colture “zuccherine” come la barbabietola da zucchero, e, a latitudini diverse da quella italiana, la canna da zucchero, ed ancora frutta, vinacce e patate. Piante di canna da zucchero Si tratta di colture da sempre presenti sul territorio italiano, per le quali oggi possono esserci difficoltà di collocazione sul mercato a causa della concorrenza delle derrate straniere e che avrebbero i questo modo una diversa destinazione, alternativa a quella alimentare o per uso zootecnico. Le più rustiche di tali colture potrebbero anche essere adatte per certi tipi di terreni, come quelli marginali, lasciati improduttivi perché a scarso reddito.

Si prestano a diventare bioetanolo anche i residui delle coltivazioni agricole (come recentemente ipotizzato per la paglia), degli allevamenti arborei e forestali (come i materiali di potatura o derivanti dalle operazioni di mantenimento del bosco), le eccedenze agricole (come ad esempio le produzioni elevate di cereali in annate favorevoli), i residui di lavorazione derivanti dalle industrie di trasformazione dei prodotti agricoli (come le bucce di patata nella produzione delle patatine fritte surgelate), i rifiuti urbani (l’organico derivante dalla raccolta differenziata). Il processo di fermentazione genera dei residui (sostanze azotate e minerali) che possono essere utilizzate come fertilizzanti negli stessi terreni adibiti alle colture energetiche. Il rendimento di bioetanolo a partire da cereali è stimato intorno al 30%, ovvero 100 kg di cereali fermentati rendono 30 kg di etanolo.

Il bioetanolo, oltre che per la preparazione dell' ETBE (EtilTerButilEtere), ha la funzione di additivo ossigenato e può essere aggiunto nelle benzine per una percentuale che può arrivare fino al 24% senza dover modificare in nessun modo il motore e al 100% adottando alcuni specifici accorgimenti tecnici. In Europa è attualmente utilizzato in miscela al 5%. A fronte dei numerosi vantaggi che presenta il bioetanolo in termini di emissioni di CO2 e di ossidi di zolfo, restano da valutare, secondo numerosi studi in materia, gli aumenti indiretti sui livelli di ozono nell’aria e le perdite in atmosfera dei cosiddetti VOCs, composti organici volatili, derivanti dall’ uso della miscela di benzine tradizionali e benzine contenti bioetanolo.

Il leader mondiale nella produzione di bioetanolo è il Brasile, che utilizza la canna da zucchero ma che si sta attrezzando per mettere a punto la tecnologia più efficiente per ottenere l'energia dal legno, dalla paglia e dal riciclaggio della carta. Il prossimo traguardo, fissato al 2010, sarà di diventare uno dei Paesi fra i maggiori esportatori al mondo, con circa 5 miliardi di litri esportati.

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