Dossier

Le scienze economiche a Torino tra metà Settecento e metà Novecento

La prima metà del Novecento. L’affermarsi di una scuola economica torinese

Gaetano Mosca, al centro, con i Michels, negli anni Venti Nel giugno del 1901 Cognetti scomparve prematuramente. La direzione del Laboratorio passò a Gaetano Mosca, docente di diritto costituzionale nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Ateneo torinese e sostituto pro tempore di Cognetti sulla cattedra di economia politica. Nel 1902 venne chiamato a coprire tale cattedra Achille Loria (1857-1943), che divenne perciò anche il nuovo direttore del Laboratorio.

La carica di direttore spettava infatti per statuto all’ordinario di economia politica. Loria era allora allo zenith della sua influenza accademica e scientifica. Le sue opere più importanti, in particolare l’Analisi della proprietà capitalistica e La costituzione economicaodierna erano già state pubblicate. Egli era l’economista italiano forse più conosciuto all’estero, soprattutto nel mondo anglosassone. Studioso erudito ed eclettico, fu, come ha scritto Filippo Barbano, «una sorta di compendio delle contraddizioni, delle dispute e quindi delle questioni che hanno caratterizzato le scienze sociali in Italia, Europa e nelle Americhe, nel passaggio dall’’800 al ’900». La formazione e gli orizzonti culturali di Loria erano simili a quelli del fondatore del Laboratorio: entrambi furono liberisti moderati, entrambi diedero largo spazio alle problematiche storiche e sociologiche. Loria era però più sensibile di Cognetti ai problemi dottrinari, e fu affascinato dal materialismo storico. Egli tenne la cattedra di economia politica fino al 1932, e si inserì bene nella città e nell’ambiente accademico torinese, stringendo o rinnovando vari rapporti con istituzioni, circoli socialisti e singoli studiosi, ma la sua influenza sulla cultura fu modesta. Egli non colse l’importanza delle trasformazioni che l’economia politica aveva compiuto a cavallo tra Ottocento e Novecento. La generazione degli economisti formatisi con Cognetti, pur esprimendo stima nei confronti di Loria, prese le distanze dal suo orientamento culturale. Peraltro, pur essendone il direttore, Loria si dedicò scarsamente all’attività del Laboratorio, la cui organizzazione fu lasciata al vicedirettore, Luigi Einaudi, vero ‘direttore ombra’.

L. Einaudi Astro nascente della cultura economica, Luigi Einaudi (1874-1961) ben rappresentò, come scrisse Joseph A. Schumpeter, il «lato concreto» della scienza economica italiana, attraverso quel lavoro storico ed empirico che fecondò l’economia generale senza entrare in contrasto con la teoria, ma anche si distinse per il contributo teorico nel campo della finanza pubblica. Nello stesso tempo mostrò un impegno civile che spinse uomini di politica e di cultura a considerarlo un maestro di vita e di pensiero. Egli seppe esercitare, scrisse Gobetti, «una morale di austerità antica di elementare semplicità».

All’inizio del nuovo secolo Luigi Einaudi, non ancora trentenne, era ormai economista noto: professore di scienza delle finanze e diritto finanziario alla Facoltà di Giurisprudenza di Torino dal 1902, condirettore nello stesso anno della «Riforma Sociale» e poi direttore dal 1908, collaboratore del «Corriere della Sera» di Luigi Albertini dal 1903. La collaborazione con Albertini sarà interrotta solo dall’intervento del regime fascista nel 1925, quando Albertini fu costretto a rinunciare al giornale: a quella data Einaudi avrà scritto sul «Corriere» circa 1700 articoli. Einaudi era poi corrispondente italiano («il più illustre di tutti i corrispondenti esteri») del settimanale liberale inglese «Economist» dal 1908, autore di importanti ricerche sulla finanza sabauda. Gli studi di scienza delle finanze troveranno poi il loro compimento in Miti e paradossi della giustizia tributaria (1938).

Intorno ad Einaudi si creò un gruppo di collaboratori di valore, nucleo di quella scuola di economia torinese che troverà riconoscimenti anche all’estero: Giuseppe Prato, Pasquale Jannaccone e Attilio Cabiati, furono le personalità di maggior spicco della generazione einaudiana, a cui si affiancarono colleghi e allievi, da Riccardo Bachi, a Gino Borgatta, a Francesco Antonio Repaci a Vincenzo Porri, a Renzo Fubini e molti altri.

Accanto a Einaudi, Prato, Jannaccone e Cabiati furono per molti anni i pilastri dell’insegnamento e della cultura economica a Torino.

Frontespizio di Il Piemonte e gli affetti della guerra sulla sua vita economica e sociale di Giuseppe PratoGiuseppe Prato (1873-1928) assistente del Laboratorio nel 1904 e poi libero docente in economia politica nel 1908, redattore capo della «Riforma Sociale» einaudiana, si dedicò principalmente allo studio delle istituzioni e dell’economia del Piemonte. Tra questi La vita economica in Piemonte a mezzo il secolo XVIII (1908), i (1916) e Fatti e dottrine economiche alla vigilia del 1848 (1920). Egli fu anche partecipe delle vicende economiche e sociali del suo tempo con articoli sulle pagine della «Riforma Sociale» e, dal 1925, come editorialista della «La Gazzetta del Popolo». Da questi articoli traspare come i valori liberali del gruppo torinese assumano in lui una connotazione conservatrice.

Il napoletano Pasquale Jannaccone (1872-1959), primo segretario, insieme a Luigi Albertini, del Laboratorio cognettiano, occupò le cattedre di statistica e di economia politica (succedendo a Achille Loria) alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Torino, fu condirettore della «Riforma Sociale» e succedette a Cognetti nella direzione della «Biblioteca dell’economista». Dopo la prima guerra mondiale fu coordinatore italiano della collana Laterza - Yale University Press sull’economia della prima guerra mondiale. Poi sarebbe stato presidente dell’Accademia delle Scienze e sarebbe diventato senatore nel dopoguerra. Egli fu l’economista ‘puro’ per eccellenza del gruppo, attento agli aspetti teorico-metodologici, e il più ‘accademico’ degli economisti torinesi: tra i suoi contributi alla teoria economica spiccano Il costo di produzione (1904) e Prezzi e mercati (prima edizione 1931). Egli fu anche, come Einaudi, un raffinato storico del pensiero economico e, come Cabiati, studioso di economia monetaria. È esemplare al riguardo la monografia Relazioni tra commercio internazionale, cambi esteri e circolazione monetaria in Italia nel quarantennio 1871-1913 (1918).

Attilio Cabiati (1872-1950) non aveva studiato a Torino ma si era laureato con Ugo Mazzola a Pavia, in un ambiente caratterizzato da un vivace confronto tra la scuola storica e la marginalista. Giunse a Torino su invito di Einaudi all’inizio del secolo e subito acquistò un ruolo di primo piano: libero docente di economia politica, collaboratore della «Riforma Sociale» e redattore e articolista su «La Stampa». Personaggio poliedrico - oltre che giornalista, collaboratore di riviste, studioso di economia, e docente amatissimo dai suoi studenti (occupò per lungo tempo la cattedra di Politica economica e finanziaria all’Università di Genova), egli fu tecnico di area socialista e consulente dopo la prima guerra mondiale dell’Associazione bancaria e della Banca Commerciale. Cabiati organizzò l’ufficio studi della Banca Commerciale, che poi avrebbe diretto il suo allievo Raffaele Mattioli, e diresse per qualche anno la parte economica della «Rivista Bancaria». Quando fu obbligato dal fascismo ad abbandonare l’attività pubblica iniziò però per lui il periodo più fecondo dell’attività scientifica, dove diede contributi di alto livello soprattutto nell’economia monetaria e internazionale con volumi quali Scambi internazionali e politica bancaria in regime di moneta sana e avariata (1929), Crisi del liberismo o errori degli uomini? (1934) e Fisiologia e patologia economica negli scambi della ricchezza tra gli stati (1937).

Questi personaggi furono i maestri della scuola torinese di economia nella sua fase matura, tra i primi anni del Novecento e i primissimi anni quaranta. Scuola che fu fucina di teoria e politica economica, ma anche élite culturale liberale di respiro internazionale. Essa influenzò l’orientamento pubblico e intervenne nei cambiamenti del sistema economico e politico fino alle soglie del regime fascista, per poi diventare interprete delle vicende economico-politiche nazionali e internazionali e uno degli ultimi luoghi di resistenza dei principi liberali in opposizione al fascismo.

La «Riforma Sociale» fu il luogo di elaborazione del gruppo della scuola torinese di economia. Infatti, diventato Einaudi direttore della rivista, il centro della riflessione economica a Torino passò dal Laboratorio cognettiano alla «Riforma Sociale». poi, quando la «Riforma Sociale» fu chiusa nel 1935 dai fascisti per «attività contraria agli ordinamenti dello Stato», la «Rivista di storia economica» riprese il cammino della «Riforma Sociale». Rivista di storia economica Sotto la guida di Einaudi la rivista mutò sostanzialmente rispetto all’epoca nittiana. Egli si allontanò dalla prima ispirazione riformista e filo-fabiana, ormai inadeguata nella crisi del riformismo antecedente la prima guerra mondiale. Piuttosto affermò una visione liberale, classica e riformatrice al contempo, e insistette sui problemi di convenienza nella produzione e di lotta contro protezioni, vincoli e monopoli.

La scuola torinese riaffermò la validità del metodo di ricerca inaugurato nel Laboratorio di Cognetti, e lo affinò alla luce degli sviluppi della teoria economica contemporanea di matrice sia marshalliana che paretiana.

È Pasquale Jannaccone a farsi principalmente carico della riflessione metodologica. Fin dalla sua prolusione al corso di economia politica tenuto in qualità di libero docente nella facoltà giuridica torinese nel 1898. Egli espresse i fondamenti di una metodologia aperta, affermando che nel lavoro scientifico devono essere usati tutti i procedimenti logici (induzione, deduzione, astrazione). Così, l’economia politica classica gli appare come il lato economico di un pensiero generale che studiava i fenomeni umani deducendoli, à la façon des Lumières, da principi ritenuti acriticamente validi in ogni tempo ed in ogni luogo. Principi che tenevano quindi in scarso conto le particolarità presentate dalla realtà. Nel caso dell’economia politica i principi adottati erano quelli dell’individualismo, della libertà, dell’egoismo e dell’atomismo, mentre il metodo adottato era una forma meccanicistica di quello deduttivo.

Storicismo e marxismo corrispondono (per quanto con importanti differenze di impostazione) all’organicismo hegeliano, che costituisce, a sua volta, la reazione intellettuale tedesca locale al pensiero classico inglese.

All’organicismo ha fatto poi seguito l’evoluzionismo che, in economia, si è rapidamente suddiviso in diverse scuole condividenti però la persuasione di poter trarre da una base empirica di fatti (sempre più accuratamente stabilita) le leggi dello sviluppo economico dei singoli popoli. Dal Methodenstreit di fine ottocento è comunque emerso, secondo Jannaccone, un importante punto d’accordo: la generale accettazione della legittimità dell’esistenza, in economia, di una «scienza storica, una scienza morfologica ei una scienza teoretica», ognuna con propri ambiti e con propri strumenti di ricerca. Quindi, rileva Jannaccone, l’opzione a favore di uno studio teorico dell’economia non va nel senso di autorizzare assolutismi metodologici. L’economia pura o matematica che si stava allora affermando è solo una delle concezioni possibili dell’economia. Pareto, di cui Cabiati si dichiarava seguace, viene allora evocato positivamente quale uno degli economisti matematici assumenti una posizione metodologica temperata. Egli conduce Cabiati a riconoscere come l’economia pura individui solo la forma generale del fenomeno, la quale necessita di essere affiancata, ai fini euristici, da un’economia applicata. Un’economia che tiene conto degli ostacoli sociali e delle imperfezioni conoscitive che effettivamente ostano, anche se in misura sempre più piccola (a seguito del progresso), al realizzarsi delle relazioni di massimizzazione e ottimalità dell’economia pura di concorrenza perfetta.

Oltre che intorno alla «Riforma Sociale» gli economisti torinesi operarono in altre sedi, che contribuirono a diffonderne il messaggio liberale a vari livelli. Una sede scientifica prestigiosa in ambito torinese è l’Accademia delle scienze, nei cui Atti vengono pubblicati molti saggi di Einaudi, Prato e Jannaccone. Quattro importanti quotidiani di Torino e di Milano, «Il Corriere della sera», «Il Secolo», «La Stampa» e la «Gazzetta del popolo», ebbero fra i loro collaboratori economisti di Torino.

Essi insegnarono anche in altri atenei italiani, in particolare all’Università Bocconi di Milano negli anni venti, oltre che in altre università italiane dove prestarono servizio in alcuni anni della loro carriera (ad esempio Jannaccone a Cagliari, Siena e Padova, Cabiati a Genova) – senza dimenticare la scuola superiore di commercio, poi Facoltà di economia e commercio di Torino e il Politecnico torinese. Essi furono anche la punta di diamante di uno schieramento composito che diede vita alla Lega antiprotezionista nel 1904 e nel 1912, a fianco dell’Unità di Gaetano Salvemini e Antonio de Viti de Marco. Logo Casa editrice Einaudi Non va poi dimenticato, per quanto riguarda gli anni trenta, il ruolo della casa editrice Einaudi, fondata dal figlio di Luigi Einaudi, Giulio, dove gli economisti torinesi promossero la pubblicazione di importanti opere di impostazione liberale.

L’elaborazione culturale degli economisti liberali della scuola di Torino si costruì e si modificò alla luce delle vicende politiche ed economiche di un periodo storico di intensi cambiamenti. Si passa dall’Italia giolittiana al fascismo, dall’epoca del capitalismo liberale alla grande depressione. In Italia essi conobbero il ciclo di crescita intensa dell’economia fino alla crisi del 1906-07 e poi la ripresa in anni caratterizzati da forte interventismo pubblico in economia e protezionismo industriale in politica commerciale. Assistettero al formarsi e organizzarsi degli interessi di classe con la costituzione di cartelli tra imprese e rafforzamento dei sindacati. La battaglia antigiolittiana, condotta soprattutto da Luigi Einaudi e Attilio Cabiati, si rivolse contro un metodo di governo ritenuto incapace di sottrarsi alle richieste degli industriali protezionisti e del riformismo socialista, così rinunciando alla pratica liberale si riteneva di assicurare un’apparente pace sociale. Dell’Italia giolittiana Cabiati ed Einaudi dettero un’insuperata cronistoria economico-finanziaria, in particolare Einaudi con Le Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925) che raccolgono i suoi articoli in «La Stampa» e «Il Corriere». Il tema prevalente, vero leit-motiv degli anni del primo dopoguerra, è la critica alla classe politica, incapace di superare la crisi del dopoguerra. La sfiducia nei confronti della classe politica, accentuata dalle vicende del biennio rosso, è la ragione della iniziale simpatia per il fascismo del gruppo degli economisti torinesi. Il fascismo sembrò loro uno strumento capace di fermare la degenerazione liberale impersonata da Giovanni Giolitti (e prima di lui da Agostino Depretis). Essi si illusero che il fascismo potesse essere riassorbito nell’ordine di una concezione liberale, ma queste illusioni caddero ancora prima del delitto Matteotti, che segnò l’inizio dell’antifascismo. A Einaudi ed ai suoi amici apparve chiaro il suo carattere assolutamente illiberale e ne divennero intransigenti oppositori.

Gli economisti della scuola di Torino vissero quelle tensioni monetarie, finanziarie e commerciali contemporanee e successive alla prima guerra mondiale che interruppero l’epoca del capitalismo liberale e introdussero un periodo di stagnazione e depressione, a cui si accompagnarono protezionismo e interventismo generalizzati e forte instabilità monetaria.

Nel corso del periodo, ricchissimo di eventi di enorme rilievo storico, Einaudi e il suo gruppo seppero produrre un sistema di pensiero che esprime in modo articolato una concezione liberale dell’economia e della società.

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