Dossier

Storia moderna e contemporanea

La lezione di Franco Venturi

Venturi Dal 1958 al 1984 insegnò Storia moderna alla Facoltà di Lettere torinese, dopo aver insegnato a Cagliari e a Genova, colui che va considerato l’autentico rinnovatore degli studi sull’illuminismo in Italia, Franco Venturi. A Parigi, dove aveva seguito il padre Lionello, storico dell’arte, che nel 1931 si era rifiutato di prestare il giuramento di fedeltà al regime fascista, studiò alla Sorbona e militò nel movimento «Giustizia e Libertà», che si ispirava principalmente, pur avendo più anime al suo interno, al socialismo liberale di Carlo Rosselli. Nel 1939 pubblicò venticinquenne, dedicandolo alla memoria di Carlo Rosselli assassinato nel 1937 da sicari fascisti, il volume Jeunesse de Diderot, 1713-1753 (ed. it. 1988), dove l’autore, esaminando con straordinaria acutezza il poliedrico pensiero del personaggio, ne evidenziava i risvolti politici. Era l’inizio di un’interpretazione in chiave politica dell’illuminismo che Venturi mise alla prova nelle thèse del 1940 su Dalmazzo Francesco Vasco, uno degli «eretici» cari a Gobetti, e sviluppò successivamente. Dopo aver partecipato alla Resistenza nelle file del Partito d’Azione (in cui era confluito il movimento «Giustizia e Libertà»), pubblicò nel 1946 (2ª ed. 1963) Le origini dell’Enciclopedia, in cui ricompariva il prediletto Diderot. Più tardi (1954) venne la magnifica biografia di Alberto Radicati di Passerano, un altro degli «eretici» gobettiani: era un piemontese spiemontizzato, dunque un personaggio di quell’Europa dei lumi cui Venturi tenne sempre fisso lo sguardo. A Venturi non interessavano tanto i grandi teorici, quanto gli uomini che con le loro proposte e la loro assidua attività avevano cercato di riformare l’esistente. Di qui i tre volumi dedicati ai riformatori italiani (1959-65; l’ultimo volume in collaborazione con Giuseppe Giarrizzo e Gianfranco Torcellean), una foltissima silloge di testi corredati da incisivi profili di personaggi maggiori e minori. Stava ormai per avviarsi l’imponente Settecento riformatore (cinque volumi in sette tomi apparsi tra il 1969 e il 1990), che muoveva dall’Italia, si allargava all’Europa e tornava all’Italia. Settecento riformatore Alla base della ricostruzione, effettuata con stupefacente vastità documentaria e altrettanto stupefacente sapienza analitica, c’era quella «circolazione delle idee» tra Italia ed Europa, Europa e Italia, che Venturi aveva sottolineato fin dal 1953. E all’Italia fuori d’Italia dedicò nel 1973 uno studio di circa 500 pagine inserito nel volume III della Storia d’Italia edita da Einaudi.

Mediante i suoi stessi lavori Venturi demolì la tesi del carattere autoctono del nostro illuminismo e l’altra, alla prima strettamente congiunta, che vedeva nel Settecento le origini del Risorgimento. Il Settecento andava indagato non in funzione di ciò che sarebbe accaduto successivamente, bensì nei suoi tratti specifici, nei problemi che esso stesso si era posto, nell’apertura cosmopolita che lo aveva caratterizzato. Venturi mise in risalto il nesso tra utopia e riforma, presente già molti anni prima che fosse esplicitamente tematizzato nel piccolo grande libro Utopia e riforma nell’illuminismo (1970). L’utopia, intesa come aspirazione a una radicale trasformazione della società e dello stato, sollecitava lo spirito di riforma impedendo che le singole riforme si limitassero a modesti cambiamenti. Ma a Venturi non sfuggì che c’erano utopisti sdegnosi delle riforme e riformatori che rifiutavano l’utopia, così come c’erano riformatori e riformatori (Beccaria e Genovesi, da lui ammiratissimi, non avevano posizioni coincidenti). E Venturi passò in rassegna riformatori di ogni sfumatura (si noti che Settecento riformatore, non Settecento illuminista s’intitola il suo opus maius). Per dare concretezza al suo lavoro privilegiò la biografia, specialmente la biografia intellettuale. Aborriva le astrazioni della sociologia e del marxismo. Alla storia economica e sociale prestò molta attenzione, ma criticò fin troppo severamente quegli studiosi che, innamorati dei dati quantitativi, delle statistiche, delle strutture (una parola, quest’ultima, che non poteva soffrire), trascuravano l’impegno e le lotte di individui e gruppi. Perspicace studioso di storia sociale era stato Jean Jaurès, cui Venturi dedicò nel 1948 un saggio rimasto famoso in un volume completato da saggi su Albert Mathiez e Georges Lefebvre. Jaurès, Mathiez, Lefebvre: tre grandi storici della Rivoluzione francese. E a occuparsi di loro Venturi fu certamente indotto anche dal suo interesse per la Rivoluzione francese, sulla quale, peraltro, non svolse mai indagini specifiche, e la simpatia per la quale venne via via attenuandosi nel corso degli anni.

Il populismo russo, di F. Venturi La notorietà internazionale Venturi la raggiunse con Il populismo russo (2 voll., 1952; 2ª ed. 1972), frutto del suo soggiorno a Mosca tra il 1947 e il 1950 quale addetto culturale presso l’ambasciata italiana. «Questo libro – avvertiva l’autore – vuol essere […] la storia del movimento rivoluzionario russo nel periodo in cui non era più liberale […], e quando ancora non si era differenziato internamente nei suoi diversi e contrastanti aspetti. Vuol parlare di quel tronco comune sul quale poi, in mutate condizioni, sorsero le forze che portarono alla rivoluzione del 1917». Venturi s’addentrava con sicurezza in una materia intricatissima, e rivelava mirabilmente il vario atteggiarsi del populismo tra il 1848 e il 1881. Seguirono altri scritti su personaggi della Russia settecentesca e ottocentesca, nonché un calibrato ritratto della storico novecentesco Tarle, perseguitato dal regime sovietico. L’esperienza di Venturi comprende anche momenti in cui egli si volse a filosofi della storia (Boulanger, Herder) e si soffermò sulla storia delle parole (il motto «sapere aude!», l’espressione «despotismo orientale», il termine «socialista»). Sono ulteriori testimonianze di una vicenda intellettuale ricca di sfaccettature. In tale vicenda ebbe una parte non secondaria la direzione della «Rivista storica italiana» tra il 1959 e il 1994, anno in cui Venturi scomparve a 80 anni.

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