Dossier

Le scienze economiche a Torino tra metà Settecento e metà Novecento

La concezione dell’economia

Il liberalismo economico degli studiosi torinesi implica una concezione dell’economia centrata sui concetti di lavoro, di risparmio e di concorrenza. Quest’ultima è intesa sia come meccanismo dinamico à la Marshall di selezione efficiente che incentiva i migliori e permette l’affermarsi dei capaci, sia come presenza di un gran numero di imprese. Questa visione è plasmata sui testi classici di Adam Smith, David Ricardo, John Stuart Mill, e sul neoclassicismo di Marshall e della sua scuola, ma anche influenzata dai maggiori esponenti del marginalismo italiano, soprattutto Vilfredo Pareto e Maffeo Pantaleoni. Keynes Gli economisti torinesi non subirono invece l’influenza di John Maynard Keynes. In effetti, proprio nelle critiche di Einaudi nei confronti del grande economista inglese meglio traspare la concezione ortodossa dell’economia a cui essi fanno riferimento.

Einaudi ribadisce, contro Keynes, la crucialità del riconoscimento dell’importanza del lavoro e la centralità del risparmio come motore della crescita. In una recensione al saggio di Keynes Economic Possibilities for Our Grandchildren, Einaudi afferma che se venisse meno lo stimolo al lavoro, in poche generazioni il livello di vita dell’uomo medio discenderebbe rapidamente. La pubblicazione di un volume dal titolo Essays in Persuasion che raccoglieva saggi di «esortazioni e profezie» scritti da Keynes tra 1919 e 1931, è invece per Einaudi l’occasione per sottolineare l’importanza del risparmio per lo sviluppo economico. Nella sua recensione Einaudi afferma la necessità di indicare nel risparmio la via più feconda per uscire dalla crisi, poiché a suo parere l’investimento poteva riprendersi solo se si operava a favore del risparmio. Il culmine della polemica si ebbe tra 1933 e 1934, principalmente in relazione a The means of Prosperity, un testo che segnava un rilevante distacco teorico di Keynes dall’ortodossia prevalente e anticipava per vari aspetti il capolavoro dell’economista inglese, la General Theory. Einaudi concorda sulla proposta di Keynes di attivare lavori pubblici, intesi, però, come semplice artificio utile a superare i punti di avvallamento del ciclo economico. Rifiuta però le proposte di politiche reflazionistiche per uscire dalla crisi sostenute da Keynes e da molti altri economisti del tempo sulla base di una diversa interpretazione della natura della crisi. Contro la convinzione keynesiana dell’assoluta novità della crisi di allora che avrebbe imposto la ricerca di vie del tutto nuove per uscirne, Einaudi contrappone una visione della storia economica del capitalismo che esclude la frattura evidenziata da Keynes, e ripropone i metodi, pur riveduti e corretti, della saggezza tradizionale come adeguati a uscire dalla crisi. Per Einaudi la crisi è essenzialmente squilibrio tra i prezzi relativi come risultato dell’inflazione postbellica, secondo una interpretazione sostenuta anche da Cabiati. Tra la fine degli anni venti e l’inizio degli anni trenta, Einaudi porta a termine due opere sulla recente storia italiana che gli permettono di riflettere sulla crisi economia interna e internazionale: La guerra e il sistema tributario italiano (1927) e La condotta economica e gli effetti sociali della guerra italiana (1933), monografie scritte nell’ambito del programma di ricerca sulla storia economica della guerra della Fondazione Carnegie per la pace internazionale. La ricostituzione del regime aureo d’anteguerra e di un mercato liberato da dazi e protezioni, è per Einaudi la condizione necessaria per uscire dalla crisi. Sono conclusioni tradizionali - «moneta sana, contratti osservati, sicurezza nell’avvenire, frontiere doganali aperte o, se chiuse, limitate esclusivamente da dazi in somma certa e per tempo definito, saggio di interesse manovrato in tempo per impedire pazzie speculative» - ma dimostrate vere dall’esperienza di secoli.

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