Dossier

Le scienze economiche a Torino tra metà Settecento e metà Novecento

L’economia liberale della scuola di Torino

Incipit di una lettera di Gaetano Mosca a Luigi Einaudi (Roma, 3 gennaio 1935) Gli economisti torinesi erano consapevoli eredi della tradizione liberale iniziata da Cavour e, sul finire dell’Ottocento, ripresa da uomini come Antonio de Viti de Marco, Maffeo Pantaleoni, Vilfredo Pareto e Gaetano Mosca. Per loro liberalismo significava non soltanto una teoria economica o politica ma, come ha scrittoNorberto Bobbioa proposito di Luigi Einaudi, «una vera e propria visione del mondo, cui aveva certo contribuito la scienza economica […] ma […] anche un modo nuovo di concepire la storia e il destino dell’uomo in società, fondati su un unico principio: essere la lotta in tutte le sue forme […] il principale fattore di progresso storico, e in quanto tale dover essere non soffocata […] ma stimolata e protetta, se pur regolata allo scopo che non degenerasse nella disgregazione della società».

Questa visione conteneva un legame fondamentale con la tradizione liberale inglese. Nel pieno della Grande Guerra Einaudi rivendicò a chiare lettere l’anglofilia del gruppo torinese: «Siamo stati tra i pochissimi in Italia, noi del gruppo degli scrittori di questa rivista [La Riforma Sociale], ad avere il culto dell’Inghilterra. Non della ricchezza inglese e delle cifre grosse dei bilanci inglesi, ma delle idee inglesi e del modo di ragionare e di concepire la vita, la libertà, la politica che si usa in Inghilterra».

È questo indubbiamente il sostrato del pensiero di Luigi Einaudi, l’economista torinese che vi dedica la riflessione più ampia. Essa attraversa l’intera sua vita, ma giunge a maturazione nel periodo successivo alla seconda metà degli anni venti, in cui Einaudi porta a termine la sua visione liberale della democrazia. Il liberalismo è per Einaudi una dottrina morale che ha per fine «l’elevazione della persona umana» e, dal punto di vista politico, «una dottrina di limiti». La riflessione di Einaudi si concentra sulla relazione tra liberalismo e liberismo e prende la forma di un dialogo-polemica con Benedetto Croce tra la fine degli anni venti e gli anni trenta. Einaudi sottolinea la non coincidenza tra liberalismo e liberismo. Accogliere la massima del laissez faire - laissez passer come se fosse un principio universale e pensare che l’azione libera dell’individuo, ispirata dall’interesse individuale, coincida sempre con l’interesse collettivo è una concezione religiosa della massima liberistica, che non trova giustificazione nella scienza economica, scrive Einaudi nel 1931. Il liberismo fu la traduzione empirica, applicata ai problemi concreti economici, di una concezione più vasta ed etica, che è quella del liberalismo. Una concezione che non ha valore di legge razionale o di principio economico, spiega Einaudi. Purtuttavia, egli nota, il liberismo spesso si raccomanda come «ottima regola pratica», scelta per «calcolo di convenienza».

Queste considerazioni sono anche al centro della polemica negli anni venti con John Maynard Keynes, condotta tanto da Einaudi che da Cabiati sulle pagine della «Riforma Sociale». Keynes in The end of Laissez-faire del 1926 aveva espresso la sua critica al «vecchio» liberalismo, convinto che la politica del laissez-faire fosse ormai inadeguata al mondo dell’economia postbellica. Einaudi ribadisce che il principio del laissez-faire non ha mai formato parte del bagaglio scientifico dei grandi economisti classici e che la scienza economica ha sempre discusso, classificato e sistematizzato la teoria dei casi di intervento dello stato nella gestione delle attività economiche. Einaudi contesta che il laissez-faire sia finito e accusa Keynes di non aver studiato adeguatamente l’importanza di quella regola come «norma pratica di condotta».

In quegli anni in polemica con Benedetto Croce Einaudi affronta un’altra questione, di più ampio respiro: quale sia l’ordinamento economico adeguato all’affermarsi della libertà. Egli sostiene che vi è una concezione del liberismo economico che definisce storica, inscindibile dal liberalismo, fondata su due principi: il pluralismo economico e la concorrenza. Einaudi rifiuta perciò la tesi che la libertà possa affermarsi qualunque sia l’ordinamento economico esistente, come sembrava credere Croce. L’idea di libertà, questa la tesi di Einaudi, «non si attua, non informa di sé la vita dei molti e dei più se non quando gli uomini, per la stessa ragione per cui vollero essere moralmente liberi, siano riusciti a creare tipi di organizzazione economica adatti a quella vita libera», che rispondano all’esigenza di «scegliere da sé il modo di procacciarsi i mezzi di vita». In ciò consiste quello che Einaudi defininisce ‘liberalismo economico’. Certo, scrive Einaudi, quando Croce dice che la libertà morale è compatibile con qualunque ordinamento economico, dice il vero per gli eroi, per i pensatori e per gli anacoreti, i quali vivono spiritualmente e moralmente liberi entro qualunque ordinamento economico, anche il più conformistico e mortificante. Ma ciò che per Einaudi è socialmente importante è che la libertà deve coinvolgere i più.

Incipit di una lettera di Frontespizio di Crisi del liberalismo o errori degli uomini? di Attilio Cabiati La stretta connessione tra liberalismo, liberismo e organizzazione razionale ed efficiente del sistema economico, è indagata per quanto riguarda il contesto internazionale da Attilio Cabiati. Negli anni trenta Cabiati nella prefazione al suo libro Crisi del liberalismo o errori degli uomini? scrive che l’abbandono dei principi economici liberali, messi in disparte in omaggio a vere o presunte necessità politico-sociali, aveva sviluppato nel mondo intero, come «naturale» conseguenza, una serie di disastri economici.

I quali a loro volta avevano provocato sotto la pressione degli interessi offesi altri interventi politico-sociali. In questo modo avevano posto in essere nell’organismo economico nuove e più profonde reazioni, deformandolo e allontanandolo dalla sua costituzione efficiente. Cabiati scrive che le preferenze per il liberalismo che gli economisti come lui esprimevano erano il risultato di «uno stato mentale e di modestia e di modesta fiducia nelle capacità delle nostre menti umane», consci del fatto che «nessun brain trust - la polemica con la contemporanea esperienza del new deal roosveltiano è evidente - sia in grado di prevedere in modo sicuro gli effetti indiretti e lontani di misure economiche collettive, specialmente quando si tratti di mercati aperti». Anche in regime liberista si compiono errori, ma Cabiati notava che in regime liberista gli errori dei singoli li pagavano i singoli e un processo di selezione operava tempestivamente e rapidamente. Se invece l’errore è compiuto da un centro che dirige l’apparato economico, ogni errore diventa «colossale» tanto da inceppare la macchina economica, costringendo tutti a pagarli, come sembrava mostrare l’economia internazionale di quegli anni.

Il comune sentire liberista è alla base dell’orientamento europeista degli economisti torinesi. Già presente prima della guerra, è però il dibattito sulla pace e sulla guerra che inizia nel 1914 che offre al discorso europeista l’occasione di emergere pienamente. Luigi Einaudi sul «Corriere della Sera», Attilio Cabiati in un volumetto elaborato con Giovanni Agnelli su Federazione Europea o Lega delle Nazioni? ne sono il risultato. Le fonti di ispirazione erano il federalismo di Hamilton e lo storicismo tedesco e della teoria della ragion di stato di von Treitschke. Einaudi e Cabiati ritenevano che la causa principale della guerra mondiale fosse il risultato della situazione di divisione in Stati nazionali fondati sul dogma della sovranità assoluta che era responsabile del fallimento dell’equilibrio europeo. Solo la riduzione della sovranità nazionale nell’unione federale e l’unificazione economica, politica e giuridica del continente, resa per di più improrogabile dal grado di integrazione economica raggiunto, avrebbero garantito la pace duratura.

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