Dossier

Le scienze economiche a Torino tra metà Settecento e metà Novecento

Il periodo napoleonico e la restaurazione: stasi nella riflessione economica e difficoltà di affermazione di una scienza ‘sospetta’

Napoleone risollleva l'università Nel periodo napoleonico sono due gli avvenimenti importanti per lo sviluppo della scienza economica a Torino. Il primo è la riforma scolastica del 1800 che introduce all’università l’insegnamento di «istituzioni sociali, ossia di diritto ed economia politica», che nel 1802 diventa «economia ed amministrazione pubblica». Esso è affidato a Giuseppe Cridis (1766-1838), allora prefetto nel Reale Collegio delle Province, che in economia fu divulgatore delle dottrine settecentesche di Genovesi. Nel 1805 l’economia politica scomparve come disciplina autonoma, ma la materia venne trattata nel corso di «diritto civile nei suoi rapporti con l’amministrazione pubblica», affidato ancora al Cridis. Con la costituzione dell’università imperiale nel 1806 e fino al 1813, questo insegnamento venne ricompresso nel corso dedicato al codice napoleonico.

Non meno importante è la costituzione nel 1801, in seno all’Accademia delle Scienze di Torino, della classe delle «scienze morali, economiche, politiche, l’antichità, la letteratura e le belle arti», che promuove il dibattito tra i cultori di cose economiche. Tra questi Prospero Balbo e Galeani Napione, debitori nei confronti delle idee di Giambattista Vasco, e Gaetano Emanuele Bava di San Paolo, sostenitore delle vecchie, ma non morte, idee antifisiocratiche e mercantiliste (nel 1811 Bava presentava all’Accademia un lavoro sui Progressi dell’economia pubblica e politica dal mille a tutto il secolo decimottavo, di stampo antifisiocratico). Galeani Napione si occupò di quei problemi economici che assumevano una peculiare importanza politica con numerose memorie su temi demografici, problemi agricoli, monetari e di finanza pubblica. Prospero Balbo, che assunse un ruolo di primo piano nell’amministrazione e nel governo piemontesi sia in periodo francese sia dopo la restaurazione, presentò nel 1803 un importante Discorso sulla fertilità del Piemonte (1803), che offre un quadro della difficile situazione economica del momento. Il Piemonte conobbe nel quindicennio napoleonico trasformazioni economiche e sociali, ma la sua crescita fu limitata dal perenne stato di guerra e dalle conseguenze del blocco continentale. Il blocco preclude alla regione i tradizionali mercati di esportazione, mentre le politiche protezionistiche avvantaggiano i prodotti della regione metropolitana francese, in particolare le attività connesse all’agricoltura. Tra queste, prime fra tutte quelle legate alla produzione della seta, centrale nel Piemonte tra Settecento e Ottocento.

In Italia, nel clima culturale e politico della Restaurazione, la scienza economica conosce una stasi fino ai primi anni trenta. Si afferma uno scetticismo verso i progetti di riforma sociale ed economica nei quali il Settecento aveva creduto. La reazione mina la visione ottimistica sulle capacità umane di migliorare le proprie condizioni attraverso la politica e l’economia, mentre il grandioso fenomeno della rivoluzione industriale rimbalza sulle pagine dei nostri economisti suscitando reazioni per lo più negative. La preoccupazione di mantenere la stabilità sociale prevale infatti sul desiderio di veder crescere l’economia. L’economia politica è associata al nuovo e guardata come una scienza sospetta. Il dubbio permea anche l’idea di autonomia dell’economia politica, conquista del Settecento.

Tra il 1815 e gli anni quaranta si ha l’inizio della rivoluzione industriale in Inghilterra e in parte dell’Europa occidentale, con il connesso emergere della questione operaia. Questi anni sono anche quelli dell’affermazione e maturazione dell’economia classica in Inghilterra e in Francia: vengono allora pubblicate le principali opere economiche di Ricardo, Malthus, Say, Sismondi, i due Mill, padre e figlio, Torrens, Senior, Mac Culloch e i loro epigoni, con al centro i problemi del valore e dello sviluppo.

Nel Piemonte della Restaurazione prevale un quadro legislativo disorganico ed arretrato. Si tratta dell’effetto della soppressione di quasi tutto il codice napoleonico e del ritorno a un sistema vincolistico di barriere doganali interne e complicati sistemi di controllo. Si impone una politica doganale di alti dazi all’esportazione e divieti di entrata (ne è un esempio il divieto di esportazione della seta greggia) e uscita. Una politica culturale retriva porta a una diffusa epurazione dei professori universitari e a un progetto di riorganizzazione reazionario. Dalla commissione incaricata di formulare proposte è escluso Prospero Balbo, già rettore dell’università nel periodo napoleonico.

Ben presto però, matura la consapevolezza della necessità di adeguare la legislazione e l’amministrazione dello stato alle mutate realtà economiche e sociali. Nell’ambito di questo disegno politico, Prospero Balbo è richiamato alla direzione dell’università e poi al ministero degli interni. Egli reintroduce alcune istituzioni sperimentate con successo sotto i francesi e poi soppresse: già nel dicembre del 1817 è reintrodotto all’università di Torino l’insegnamento di economia politica. La cattedra viene affidata nuovamente a Giuseppe Cridis. L’insegnamento è ancora di stampo settecentesco, come testimonia il testo usato per il corso, il Compendio delle lezioni di economia civile di Antonio Genovesi. Il testo viene però svuotato del suo elemento di filosofia civile e ridotto a una sorta di manuale tecnico ad uso del personale della burocrazia e delle professioni. Nella repressione dei moti del 1821 la cattedra di economia politica viene abolita. Sarà ricostituita solo nel 1846, come uno degli effetti dell’attività riformatrice che riprende con il 1840 nel Piemonte di Carlo Alberto.

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