Dossier

Storia moderna e contemporanea

Gli anni del fascismo

Energie nove Mentre a livello nazionale di assisteva alla nascita e all’affermazione del fascismo, nella Torino del dopoguerra, vero e proprio laboratorio di esperienze e di idee, si svolse la «prodigiosa giovinezza» (N. Bobbio) di Piero Gobetti, morto venticinquenne nel 1926 per i postumi di un’aggressione fascista. Impegnato con fervida intransigenza morale, e dal punto di vista del suo «liberalismo rivoluzionario», nella lotta politica condotta sia attraverso un’intensa attività giornalistica sia attraverso i suoi libri (La rivoluzione liberale, 1924, Risorgimento senza eroi, postumo, 1926, Paradosso dello spirito russo, postumo, dello stesso ’26), Gobetti non fu tanto uno storico, quanto «un ispiratore di studi storici» (W. Maturi).

Alcuni dei temi più suggestivi da lui proposti furono il Risorgimento come rivoluzione fallita e «conquista regia»; il Risorgimento degli «eretici» perseguitati contrapposto a quello dei «professionisti»; il fascismo come «autobiografia della nazione», cioè come rivelazione di mali di vecchia data; la rivoluzione sovietica del 1917 non come rivoluzione collettivista, ma come «rivoluzione liberale». Le sue idee, che sono tuttora oggetto di discussioni e polemiche, alimentarono un filone della sinistra democratica torinese (Bobbio, Venturi, Galante Garrone), e agirono anche al di là di questa.

Ruffini Uno dei maestri di Gobetti fu Francesco Ruffini, professore di Diritto ecclesiastico nella Facoltà di Giurisprudenza. Liberale di inflessibile coerenza e di alto sentire, pubblicò nel 1901 un libro memorabile, La libertà religiosa. Storia dell’idea, cui è strettamente collegata l’ampia trattazione di carattere storico-teorico La libertà religiosa come diritto pubblico subiettivo (1924). Un vibrante atto d’accusa contro il fascismo era il volumetto del 1926, edito da Gobetti, che portava un titolo di per sé eloquente, Diritti di libertà. Il libro del 1901 fu alla radice dei successivi studi di Ruffini in ambito storico: su Cavour, su Manzoni, sui seguaci italiani della Riforma protestante, sul giansenismo, cioè su quella corrente religiosa che si affaticò intorno ai temi della grazia, della predestinazione, della struttura ecclesiastica. Nel 1929 Ruffini votò al senato contro l’approvazione dei Patti lateranensi, e nel 1931 fu tra i dodici professori universitari che rifiutarono di prestare il giuramento di fedeltà al regime fascista.

Verso la fine degli anni venti, un primo e non vano tentativo di fascistizzazione della cultura diede luogo, nel mondo degli storici torinesi, a casi di indipendenza e di resistenza. Il caso di Pietro Egidi, con il suo già ricordato volume su Emanuele Filiberto, non fu l’unico. Altri ce ne furono, tra cui quello di Gioele Solari. Negli anni accademici 1929-30 e 1930-31 Solari, professore di Filosofia del diritto nella Facoltà di Giurisprudenza tra il 1919 e il 1948, tenne presso il filofascista Istituto superiore di Magistero un ciclo di lezioni in rapporto alla nascita dello stato moderno astenendosi da qualsiasi piaggeria nei confronti del regime. Solari – vale la pena di sottolinearlo – fu un «maestro di anticonformismo» (N. Bobbio) alla cui scuola si formò un’eccezionale schiera di studiosi (da Piero Gobetti a Norberto Bobbio, da Aldo Garosci ad Alessandro Galante Garrone, da Luigi Firpo a Ettore Passerin d’Entrèves).

Nel 1931 si ebbe una svolta con l’imposizione ai professori universitari del giuramento di fedeltà al regime fascista (dodici soltanto non giurarono, e, fra questi, tre appartenevano all’Università di Torino). Negli anni successivi, la metamorfosi tradizionale del sabaudismo in sabaudismo-fascismo trovò il suo massimo artefice e codificatore in Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon. Capo del fascismo torinese e quadrumviro della marcia su Roma, il monarchico e cattolico De Vecchi fu a lungo presidente della Società storica subalpina, la quale, poco dopo la riorganizzazione dell’alto avvenuta nel 1935 della Deputazione di storia patria, confluì nella Deputazione dando vita alla Deputazione subalpina di storia patria. Fu anche presidente dell’Istituto superiore di Magistero, elevato nel 1935, per sua iniziativa, al rango di Facoltà. Giunse a ricoprire una serie di cariche che gli consentirono di esercitare un capillare controllo sugli studi storici. Quale ministro dell’Educazione nazionale (1935-36) intraprese una martellante campagna per la «bonifica fascista della cultura». Rozzo lo schema storiografico (o meglio pseudostoriografico) da lui messo a punto sistematizzando idee che già circolavano: poiché a guidare il processo di unificazione era stata la dinastia dei Savoia, a quest’ultima fu attribuita una volontà unitaria rintracciabile fin dagli inizi del Settecento, senza peraltro che ciò inducesse a trascurare precursori sabaudi nei secoli precedenti. Il Settecento veniva dunque annesso al Risorgimento sotto il segno dei Savoia, e il Risorgimento fu visto come tappa di un percorso che era culminato nelle glorie dell’Italia monarchico-fascista. Anteriore al fascismo era un’altra data periodizzante cui spesso continuarono a ricorrere anche storici che sabaudisti e fascisti non erano: era la data del 1748, anno della pace di Aquisgrana.

Collana di Studi di Egidi Lo schema di De Vecchi ottenne largo consenso. A Torino gli storici più seri, pur con qualche cedimento, non ne furono condizionati in maniera sostanziale. Occorre anche ricordare che la casa editrice Einaudi, fondata nel 1933 da Giulio Einaudi, figlio di Luigi, contribuì a sprovincialzzare la cultura italiana, almeno per quanto i tempi difficili lo permettevano. E di respiro europeo fu la «Rivista di storia economica» (1936-41), edita da Giulio Einaudi e diretta da Luigi Einaudi.

Di fermezza diede prova Luigi Salvatorelli. Specialista di storia del cristianesimo e professore universitario a Napoli, aveva abbandonato la cattedra per partecipare alla lotta politica come giornalista. A Torino divenne nel 1921 condirettore di «La Stampa» e collaborò a «La rivoluzione liberale» di Piero Gobetti. Presso la casa editrice di Gobetti pubblicò nel 1923 Nazionalfascismo, una raccolta di articoli in cui si interpretava il fascismo come rivolta di una piccola borghesia frustrata e disorientata che aveva creduto di trovare una sua identità nel mito della nazione. Salvatorelli Connesso con l’acuto volumetto del 1923 è Irrealtà nazionalista, che apparve due anni dopo. Allontanato dalla direzione di «La Stampa» nel 1925 e ormai estraneo al mondo accademico, Salvatorelli scrisse molto su vari argomenti. Non fece mistero del suo razionalismo e della sua simpatia per l’illuminismo. Negli anni trenta dichiarò: «Siamo razionalisti e ce ne teniamo in tempi d’irrazionalità dilagante»; e aggiunse che «nella crisi in cui il mondo civile si dibatte, il pensiero del Settecento ritorna oggi a risplendere più vivo che mai». Proprio la rivendicazione del ruolo positivo dell’illuminismo era uno dei tratti salienti di Il pensiero politico italiano dal 1700 al 1870 che, destinato a diventare un classico, inaugurava nel 1935 la «Biblioteca di cultura storica» dell’editore Einaudi. Nessuna concessione al sabaudismo-fascismo. E ancora più esplicito fu Salvatorelli in Pensiero e azione del Risorgimento, edito anch’esso da Einaudi pochi mesi prima del 25 luglio 1943. L’autore, membro del Partito d’Azione sorto clandestinamente nel 1942, mandava in frantumi il mito della missione italiana e unitaria dei Savoia, poneva l’accento sulla diffusione delle idee rivoluzionarie francesi durante il 1796-99, esortava a «non subire le deformazioni e i traviamenti delle visuali nazionalistiche», inseriva il Risorgimento nel contesto europeo. Nell’abbondante produzione del dopoguerra merita una segnalazione l’equilibrata sintesi Storia d’Italia nel periodo fascista (1956), scritta in collaborazione con Giovanni Mira. Quanto alla Storia del Novecento (1957), Salvatorelli stesso la definì «la sintesi e la conclusione dei miei studi di storia contemporanea, italiana, europea e mondiale».

Le poche righe di ringraziamento a De Vecchi che Giorgio Falco, titolare della nuova cattedra di Storia medievale istituita nel 1930 presso la Facoltà di Lettere dell’Ateneo torinese, inserì nella Prefazione di La polemica sul medio evo (1933) altro non erano che un atto di ossequio formale. Spaziando per l’Europa senza alcun assillo nazionalista, il crociano Falco procedeva di fatto a una rivalutazione della storiografia dell’illuminismo, condannata invece per la sua astrattezza da Benedetto Croce. Di Falco vanno anche ricordati i saggi sull’erudito e storico settecentesco Lodovico Antonio Muratori, e quelli sull’età risorgimentale (cfr. Pagine sparse di storia e di vita, 1960). Allontanato dall’insegnamento in seguito alle leggi razziali del 1938, Falco fu riammesso all’università nel dopoguerra.

Cedimenti non mancarono nel cattolico Francesco Lemmi, che tuttavia rimase fondamentalmente un monarchico e un moderato. Erudito fedele alla Scuola storica, era però incline al moralismo, allo psicologismo, alla formulazione di massime generali, né risparmiò energie nella stesura di sintesi di alta divulgazione. La sua opera più riuscita è forse La politica estera di Carlo Alberto nei suoi primi anni di regno (1928), mentre nella biografia di Carlo Felice (1931) tentò una discutibile rivalutazione del sovrano sabaudo. Modesti i risultati conseguiti nell’ambito della storia religiosa del Cinquecento. Di valore diseguale le numerose voci scritte per l’Enciclopedia italiana, tra le quali spicca la voce Napoleone I, interessante perché vi si trovano pregi e difetti della pratica storiografica dell’autore. Titolare della prima cattedra di Storia del Risorgimento creata a Torino (1927, Facoltà di Lettere), passò nel 1930 alla cattedra che accorpava Storia moderna e del Risorgimento (la storia moderna si staccava dalla storia medievale), infine ricoprì la cattedra di Storia moderna dal 1939 al 1947, anno della sua morte.

Quando nel 1936 pubblicò La formazione progressiva dello Stato sabaudo. Dalla contea dei Savoia al regno d’Italia, Romolo Quazza seppe mantenersi immune da intemperanze sabaudiste-fasciste. Già autore di studi di grande rilievo sulla guerra di successione di Mantova e del Monferrato (1922 e 1926), nel 1926 aveva messo opportunamente in guardia dai pericoli dell’anacronismo, dalla smania di rintracciare precorrimenti indipendentisti e unitari nel Seicento. Tale posizione tenne a ribadire e precisare, mentre imperversava il devecchismo, in Preponderanze straniere (1938), volume poi ripubblicato nel 1950 con rimaneggiamenti e con il titolo Preponderanza spagnuola. Il volume respingeva in maniera argomentata la visione del Seicento come secolo di decadenza, riprendendo, ma anche andando oltre le osservazioni di Benedetto Croce. Giunto ultracinquantenne alla carriera universitaria, Quazza insegnò Storia del Risorgimento dapprima come professore incaricato presso la Facoltà di Lettere, poi, dal 1939, come professore ordinario; dal 1948 al 1954 fu titolare della cattedra di Storia moderna. Tra i suoi contributi relativi all’età risorgimentale il più cospicuo è Pio IX e Massimo d’Azeglio nelle vicende romane del 1847 (2 voll., 1955).

Chi fra gli storici torinesi si allineò in toto alle posizioni di De Vecchi, non per opportunistico adattamento, ma per comune sentire, fu Francesco Cognasso. Medievista di valore, nei suoi numerosi studi dedicati parzialmente o interamente all’età moderna e all’età risorgimentale propose e ripropose la tesi sabaudista-fascista (Storia di Torino, 1934, con prefazione di De Vecchi; I Savoia nella politica europea, 1941; Vittorio Emanuele II, 1942). Dal 1930 al 1934 fu direttore responsabile della «Rivista storica italiana», e nel 1939 sostituì Giorgio Falco, rimosso dall’insegnamento in seguito alle leggi razziali, nella cattedra di Storia medievale della Facoltà di Lettere.

Sul carattere assolutamente autoctono della cultura piemontese settecentesca non si stancò di insistere lo storico della letteratura Carlo Calcaterra nella trilogia «Il nostro imminente risorgimento» (1935), I Filopatridi (1941), Le adunanze della «Patria società letteraria» (1943). In realtà i testi stessi che l’autore faceva conoscere in quantità enorme provavano che il Piemonte era inserito nel circuito culturale europeo. Quello di Calcaterra era un sabaudismo letterario oltranzista che però non coincideva con il sabaudismo-fascismo.

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