Dossier

Storia moderna e contemporanea

Carlo Denina e la «storia filosofica» dalla seconda metà del Settecento all’età napoleonica

Torino nel 1682 Nella seconda metà del XVIII secolo, grazie agli illuministi (Voltaire in testa), si affermò in Europa quella che fu chiamata «storia filosofica». Abbandonata la narrazione incentrata sui grandi personaggi, sulle guerre, sulle trattative diplomatiche, gli orizzonti si allargarono alla società, all'economia, alla popolazione, alla cultura, alle istituzioni. A ciò si accompagnava un dichiarato intento politico: bisognava indurre i lettori a sostenere le riforme mostrando loro quali forze, nel passato, si fossero battute per rendere il mondo più giusto e più libero, e quali, invece, si fossero schierate a difesa di odiose storture che si prolungavano nel presente. Intanto si rifletteva su una «scienza della storia» idonea a configurare una disciplina caratterizzata da una fisionomia precisa. Si badi al fatto che nel Settecento non esistevano ancora storici di professione: chi scriveva di storia si occupava anche di molte altre materie, era cioè un poligrafo; oppure era un funzionario situato a livelli più o meno elevati dell'amministrazione statale.

Se si è scelto di prendere le mosse da Carlo Denina, è perché le due opere con cui iniziò la sua attività storiografica - entrambe debitrici, ma assai più marcatamente la seconda, alla «storia filosofica» - furono le prime di uno storico piemontese a ottenere un'immediata fortuna in Italia e fuori. Denina si rivelò a 29 anni grazie all'ambizioso Discorso sopra le vicende della letteratura (1760, uscito con la data del 1761; successive edizioni rimaneggiate fino a quella del 1811), ma l'opera che consacrò la sua fama europea fu Delle rivoluzioni d’Italia (3 voll., 1769-70). Frontespizio Rivoluzioni d'Italia Primo piemontese a scrivere una storia d'Italia, l'autore partiva dagli etruschi per arrivare, nella terza edizione veneta (1792-93), al 1792 (in precedenza si fermato al 1913). Ridotto il tessuto narrativo, che peraltro manteneva uno spazio notevole, Denina parlava di agricoltura, di commercio, di popolazione, di lettere, di arti, di scienze, di ordinamenti politici, di forze militari. Egli, però, aveva cura di tenersi lontano dalle arditezze di un Voltaire, né possedeva la genialità di coloro che aveva assunto come modelli (lo stesso Voltaire, Montesquieu, Hume). Era, piuttosto, un riformatore moderato e un divulgatore di talento. Molto meno interessanti le opere storiche da lui composte, insieme con numerose altre (certo troppe), dal 1782 alla morte (1813), cioè durante il lungo periodo trascorso a Berlino e poi, dal 1804, a Parigi. Segnaliamo qui l'Istoria della Italia occidentale, pubblicata a Torino nel 1809.

Recava l'impronta della storia filosofica il Saggio sopra l'arte storica (1773) del conte Gian Francesco Galeani Napione di Cocconato, allora venticinquenne. E un testo che conteneva incisive osservazioni sulla storia filosofica, cioè il Discours premesso da Condillac al suo Cours d’études apparso nel 1775, tradusse tempestivamente nel 1776, con il titolo Piano ragionato di educazione, l'abate fossanese Giuseppe Muratori, che nel 1787 avrebbe pubblicato le Memorie storiche della città di Fossano. Anche temi storici rientravano negli interessi della Società Sanpaolina (che prese il nome da colui che l'aveva fondata nel 1776, il nobile fossanese Gaetano Emanuele Bava di San Paolo), e della Patria società letteraria (o Filopatria), fondata nel 1782. Ma quel che più attira l'attenzione è il Discorso sopra la storia del Piemonte, inserito in Dell’uso e dei pregi della lingua italiana (2 voll., 1791). L'ormai illustre Galeani Napione spiegava che comporre una storia del Piemonte «colta e popolare» insieme era indispensabile per mettersi alla pari con le altre regioni italiane e per ispirare attaccamento alla dinastia. Frontespizio Galeani Nel Discorso non mancavano tracce della storia filosofica; ma per Galeani Napione ciò non significava accettare le idee politiche e religiose degli illuministi, idee che egli considerava nefaste e pericolose. Si era nel 1791: la Rivoluzione francese era in pieno svolgimento.

Mentre il Regno sabaudo combatteva contro la Francia repubblicana, si ebbe un tentativo di scrivere la storia della Rivoluzione francese. Lo effettuò l'abate Gioseffo Massa, che con la sua Storia della vita e regno di Luigi XVI (4 voll., 1793-94) volle andare oltre le vicende biografiche del sovrano. In realtà il modesto Massa, assuntosi un compito di insormontabile difficoltà, compose un gigantesco pamphlet che si colloca nella foltissima letteratura controrivoluzionaria italiana.Frontespizio Gioseffo

Occupato dai francesi tra il dicembre del 1798 e il maggio del 1799, il Piemonte tornò sotto l'influenza francese dopo la battaglia di Marengo (14 giugno 1800) e nel 1802 fu annesso alla Francia, della quale fece parte fino al 1814. Nel 1801 l'Accademia delle Scienze di Torino, riconosciuta ufficialmente nel 1783, fu resa più articolata dall'istituzione di una classe di Scienze morali, economiche, politiche, di lettere ed arti, che venne ad aggiungersi all'unica classe fino ad allora esistente. Cambiò il nome in Accademia Nazionale, e dal 1805 si chiamò Accademia Imperiale. Nell'ambito della nuova classe si affrontarono spesso temi storici: non vere e proprie ricerche, bensì dissertazioni, considerazioni, osservazioni di varia lunghezza e qualità. Galeani Napione intervenne ripetutamente, e Gaetano Emanuele Bava di San Paolo presentò due dissertazioni in cui si può scorgere l'abbozzo del Prospetto storico-filosofico delle vicende e dei progressi delle scienze, arti e costumi dal secolo undecimo dell'era cristiana fino al secolo decimottavo, pubblicato a Torino in cinque volumi nel 1816, dopo il ritorno dei Savoia. Il Prospetto era una versione cristianizzata della storia filosofica di ascendenza illuminista.

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